Slow Food Story

Slow Food Story is a documentary about how Carlo Petrini and his friends created the Slow Food movement. A revolutionary quest made of strong beliefs regarding economy, politics, science, philosophy… A story regarding people’s wellbeing bringing the spotlight on Food and it’s key role in contemporary world problems. You can find more information about it on Slow Food Story’s website (italian). The movie premieres in Italy on May 30.

 

 

Since I did not find any english descriptions or subtitles for the movie trailer, I am posting the translation I made from the italian release. It is not good english, but I guess the message is clear.

Here it is:

The story of the man and the movement that revolutionized gastronomy

This is the story of a revolution.

A cultural revolution, one of those that do not leave dead on the field, but still, when set in motion, marks a point of no return.

This is the story of a slow revolution. Slow. As a snail.

A revolution has been going on for 25 years and still shows no signs of stopping.

It has a Commander in Chief, which is called Carlo Petrini, called Carlìn.

The inventor of Slow Food.

In Italy, 1986, he founded the gastronomic association Arcigola, and three years later in Paris launches Slow Food. An international movement that began as a resistance to Fast Food, that came threatening the local cuisine all over the planet.

People like the idea, the movement of the nut made followers grow worldwide. Starting from Bra, a town of 27 thousand inhabitants, and speaking almost exclusively Piedmontese dialect, Carlìn creates out of nothing an international association that now has 85,000 members in 130 countries, and has a tremendous impact in the world of gastronomy and culture of our time.

His bet is powerful. It is to free food from the cultural marginality that it is relegated and get the focus on the centrality of food – regarding economy, politics, science, philosophy.

The ambition is revealed in all its greatness in the 2000s, when Petrini gives life to his most visionary projects: Terra Madre, a forum of 5000 farmers from around the world gathered in Turin to give voice to agriculture that fights against damaging mass crops, also giving life to the University of Gastronomic Sciences, which brings dignity to the academic study of food.

Meanwhile, gastronomy – also thanks to him – flies: the chefs are the stars,  TV from all over the world are full of cooking shows, publishing industry produces it’s best-sellers. Now, food typical products are cool- defended by the Slow Food Presidia project –  they are a status symbol.

A winning idea – Slow Food – as sometimes happens, is not the result of the predictable.

Slow Food Story is the story of a group of friends from a province growing  together between jokes, colossal eating and political passion. Between them, there is Petrini, of course. But there are also his best friends: Azio Citi and Giovanni Ravinale.

This is the story of their friendship. A story made of joy, but also of sorrows.

A story of restaurants, story of revived farmers rituals (like the “sing the eggs” ritual at night, during Lent in the farms of Langhe, waking up the farmers with improvised musicians and red wine, till dawn). A story of unmissable events like the club Tenco and the beast of San Fermin in Pamplona. A story of drunken travels, of bets, won or lost, but lived always with the same unsinkable gruff and contagious humor and character.

A life rich and unique. That is the life of Carlìn. Today he is an “European hero”, says Time Magazine, and a columnist in the most important Italian newspaper. Petrini is firmly anchored in the small town from which he took off, in spite of the global dimension of the international movement that he founded.

Here is a story that shows us how even the most important cultural adventures can arise from an amused and ironic approach to life.

And that, perhaps, deserves to be told.

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L’Italia si è unita a tavola

La storia risorgimentale si intreccia con la buona cucina. Un patrimonio di sapori e gusti unico al mondo che è stato la migliore “arma” della nostra diplomazia.

«Cattura più amici la mensa che la mente». Camillo Benso Conte di Cavour sapeva bene che l’Unità d’Italia si sarebbe conquistata non solo sul campo di battaglia ma, soprattutto, attorno a una ricca tavola imbandita. Ne era talmente convinto da fare del buon mangiare e del buon bere due armi nient’affatto marginali della sua abilità politica. E allora ecco che, nel bagaglio dei suoi diplomatici, impegnati nelle più delicate missioni all’estero, non mancava mai una bottiglia del Barolo come asso nella manica per dare la spinta decisiva alle trattative più difficili. Così è iniziata la storia dell’Italia Unita. Una storia che ha per protagonisti, oltre a Cavour il generale Giuseppe Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. Uomini di Stato con la grande ambizione di cambiare il corso della storia e, inconsapevolmente, complici di aver modificato le usanze gastronomiche del neonato popolo italiano. Una cultura nata da lontano ma che, fino al Medioevo, era praticamente inesistente. Le portate erano tutte disposte in tavola contemporaneamente e ogni commensale era libero di servirsi di ciò che desiderava. Non vi erano abbinamenti gastronomici, né un ordine prestabilito dei piatti. Le pietanze erano già porzionate per essere liberamente mangiate con le mani (l’introduzione della forchetta a tavola risale alla seconda metà del Settecento) mentre il bicchiere non era collocato sulla tavola ma veniva porto di volta in volta al commensale dal bottigliere, l’antenato del sommelier e subito ritirato. Poi con l’arrivo del Rinascimento le cose cambiarono e il pasto cominciò ad avere una struttura che prevedeva più portate. Presero piede subito due differenti modi di servizio in tavola: quello francese e quello russo. Il primo venne utilizzato fino a tutto il Settecento. Tutte le pietanze erano disposte direttamente sulla tavola, spesso disposte su scenografiche alzate (erano denominati trionfi) e sempre presentate in modo ricco e vistoso. Nell’Ottocento invece si fece largo il servizio alla russa arrivato a Parigi grazie al Principe Kourakin, ambasciatore dello zar. A differenza di quello francese, le varie pietanze venivano servite di volta in volta dai camerieri a tutti i commensali, dopo essere state presentate e porzionate davanti ai convitati. Un servizio che riduceva lo sfarzo e lo spreco, in linea con la nuova cultura borghese, non ostile alla ricchezza ma alla sua esibizione e allo scialo. E proprio questo servizio venne adottato nella codificazione di Calisto Craveri (Il cuoco sapiente, Torino 1932) per il pranzo all’italiana con la seguente successione di piatti e portate: minestra; principi caldi; rilievi; umidi: arrosti e insalate; trasmessi; formaggi; dolci, pasticceria, frutta. Eppure fu proprio con i Savoia che, in Italia, entrò prepotentemente la formazione culinaria francese. Fu infatti il Piemonte a fare da sintesi tra le due culture gastronomiche diventando un vero e proprio vivaio di cuochi tra i quali merita un breve cenno Giovanni Vialardi che, nei trent’anni trascorsi nelle cucine di casa Savoia, riuscì a influenzare, introducendo per esempio l’uso del menù, i pranzi di Stato anche quando la corte lascerà Torino per trasferirsi a Firenze e poi a Roma. E, a proposito di pranzi reali, non si può tralasciare l’insofferenza di Vittorio Emanuele II all’etichetta. Infatti in Italia, puntualmente, i pranzi ufficiali erano molto più brevi di quanto si usasse nelle altre corti europee. Sembra infatti che il re, abituato a consumare cibi popolari di tradizione regionale – stufati, arrosti, cacciagione, bagna cauda – con familiare disinvoltura quanto a posate e tovaglioli, avesse bisogno di un severissimo autocontrollo in occasioni pubbliche. Come non manca di far capire il conte Elenry d’Ideville, segretario della delegazione francese a Torino: «Il re è sobrio, mangia una sola volta al giorno, ma abbondantemente e preferisce i cibi grossolani e popolari. Quando è costretto ad assistere a un banchetto ufficiale, a un pranzo di Corte, non svolge nemmeno il tovagliolo, non tocca cibo: con le mani appoggiate all’elsa della sciabola, esamina i convitati, senza cercar di nascondere la noia e l’impazienza». Di tutt’altro tenore invece l’approcio alla tavola di Cavour. Era grande amante del «bicerin», storica bevanda calda e analcolica, tipica di Torino e, non è un caso che, nei menù del ristorante torinese “Il Cambio”, ritroviamo spesso accanto ad «asperges à la milanaise e tournedos primeur», anche risotto o le scaloppine di vitello alla Cavour. Così lo statista «entrava» nel menù. Dopotutto fu proprio lui, la sera del 29 aprile 1858, dopo aver respinto l’ultimatum dell’Austria e proclamato la guerra, a dire: «Alea iacta est (il dado è tratto) e adesso andiamo a mangiare!». Da ultimo non poteva mancare Garibaldi. Era un personaggio particolare anche a tavola: astemio (nonostante avesse scelto di sbarcare a Marsala), e goloso dei prodotti semplici ed essenziali tipici del territorio. Il suo piatto preferito era pane e pecorino, accompagnato, quando era stagione, da una manciata di fave fresche. Gradiva molto anche il baccalà e lo stoccafisso, cibi marinari tanto semplici quanto saporiti, che la moglie Francesca sapeva elaborare in modo personale (è rimasta nella storia la ricetta dello stoccafisso alla garibaldina). L’Italia è quindi stata fatta anche in cucina, tra un piatto di pasta e una spremuta di agrumi. Una cosa di cui era certo Cavour quando spedì questo telegramma: «Le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti», scrive nel luglio del 1860, alludendo alla Sicilia già occupata dai garibaldini che ora marciano verso il continente. L’attesa si protrae per oltre un mese, fino al 7 settembre, quando Garibaldi entrò vittorioso a Napoli. «I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo», pregustava Cavour con l’ambasciatore piemontese a Parigi. Ma, oggi, l’Unità d’Italia a tavola esiste davvero? Esiste un piatto che rappresenta tutta l’Italia? No! Ci sono dei piatti, dei vini, degli stili in cucina, che sono diventati rappresentazione dell’Italia. C’è lo spirito italiano. Uno spirito che elogia le diversità gastronomiche delle regioni d’Italia ma che si compatta sugli spaghetti. Ciascuno può condirli nel modo che preferisce, ma sono sempre e comunque loro i protagonisti dell’Unità d’Itala seguiti, a ruota, dalla Margherita. E lo Zabajone? Beh, alla dolce e spumosa crema a base di uova, zucchero e vino liquoroso forse è il caso di riservare un posticino nel pantheon della cucina. Non fosse altro perché, secondo alcune interpretazioni, venne «inventato» a Torino da Pasquale Baylòn, frate francescan, e da questo utilizzato come medicina ricostituente per deboli e malati. Dopo la canonizzazione del monaco avvenuta nel 1722 il dolce venne chiamato «la crema di San Baylon» o, semplicemente, «Sambayon» elevando il suo scopritore a santo protettore dei cuochi.

Alessandro Bertasi via Il Tempo

Vedi anche: tiziana-stallone.com / taccuinistorici.it

Rebranding the potato

rebranding the potato

Back in 18th century Prussia, Frederick the Great was contemplating the problem of feeding his people. The staple food of Prussia’s population at the time was bread, but Frederick was worried by the dependance on crops and the escalating cost of it.

He proposed the potato as a suitable new addition to the nation’s diet, but the people were unimpressed, prompting one town to write;

“The things have neither smell nor taste, not even the dogs will eat them, so what use are they to us?”

Rather than accepting defeat, Frederick came up with a rather more lateral solution to his problem. He decreed the potato a royal vegetable, planted a royal field with potato plants and ordered his guards to protect them.

This had the effect of making the potato incredibly desirable, so much so that peasants would risk breaking the law to steal from the king’s garden. As Rory Sutherland puts it, Frederick the Great had successfully rebranded the potato.

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The Impact of the Potato

Jeff Chapman relates the story of history’s most important vegetable.

DURING HIS SCIENTIFIC expedition to Patagonia aboard HMS Beagle, British naturalist Charles Darwin became fascinated by a surprisingly adaptable South American plant. In his log, Darwin wrote: “It is remarkable that the same plant should be found on the sterile mountains of Central Chile, where a drop of rain does not fall for more than six months, and within the damp forests of the southern islands.”

The plant Darwin observed was the potato. The tuber was remarkable for both its adaptability and its nutritional value. As well as providing starch, an essential component of the diet, potatoes are rich in vitamin C, high in potassium and an excellent source of fiber. In fact, potatoes alone supply every vital nutrient except calcium, vitamin A and vitamin D. The easily-grown plant has the ability to provide more nutritious food faster on less land than any other food crop, and in almost any habitat.

The Origin of the Potato
The potato was first cultivated in South America between three and seven thousand years ago, though scientists believe they may have grown wild in the region as long as 13,000 years ago. The genetic patterns of potato distribution indicate that the potato probably originated in the mountainous west-central region of the continent. According to Dr. Hector Flores, “the most probable place of origin of potatoes is located between the south of Peru and the northeast of Bolivia. The archaeological remains date from 400bc and have been found on the shores of Lake Titicaca…. There are many expressions of the extended use of the potato in the pre-Inca cultures from the Peruvian Andes, as you can see in the Nazca and Chimu pottery.” The crop diffused from Peru to the rest of the Andes and beyond.

Early Spanish chroniclers — who misused the Indian word batata (sweet potato) as the name for the potato — noted the importance of the tuber to the Incan Empire. The Incas had learned to preserve the potato for storage by dehydrating and mashing potatoes into a substance called chuñu. Chuñu could be stored in a room for up to 10 years, providing excellent insurance against possible crop failures. As well as using the food as a staple crop, the Incas thought potatoes made childbirth easier and used it to treat injuries.

The Potato’s Introduction
The Spanish conquistadors first encountered the potato when they arrived in Peru in 1532 in search of gold, and noted Inca miners eating chuñu. At the time the Spaniards failed to realize that the potato represented a far more important treasure than either silver or gold, but they did gradually begin to use potatoes as basic rations aboard their ships. After the arrival of the potato in Spain in 1570, a few Spanish farmers began to cultivate them on a small scale, mostly as food for livestock.

From Spain, potatoes slowly spread to Italy and other European countries during the late 1500s. By 1600, the potato had entered Spain, Italy, Austria, Belgium, Holland, France, Switzerland, England, Germany, Portugal and Ireland. But it did not receive a warm welcome.

Throughout Europe, potatoes were regarded with suspicion, distaste and fear. Generally considered to be unfit for human consumption, they were used only as animal fodder and sustenance for the starving. In northern Europe, potatoes were primarily grown in botanical gardens as an exotic novelty. Even peasants refused to eat from a plant that produced ugly, misshapen tubers and that had come from a heathen civilization. Some felt that the potato plant’s resemblance to plants in the nightshade family hinted that it was the creation of witches or devils.

Let Them Eat Potatoes

In most of Europe, the upper classes saw the potato’s potential before the more superstitious lower classes, and the encouragement to begin growing potatoes had to come from above.

In meat-loving England, farmers and urban workers regarded potatoes with extreme distaste. In 1662, the Royal Society recommended the cultivation of the tuber to the English government and the nation, but this recommendation had little impact. Potatoes did not become a staple until, during the food shortages associated with the Revolutionary Wars, the English government began to officially encourage potato cultivation. In 1795, the Board of Agriculture issued a pamphlet entitled “Hints Respecting the Culture and Use of Potatoes”; this was followed shortly by pro-potato editorials and potato recipes in The Times. Gradually, the lower classes began to follow the lead of the upper classes.

A similar pattern emerged across the English Channel in the Netherlands, Belgium and France. While the potato slowly gained ground in eastern France (where it was often the only crop remaining after marauding soldiers plundered wheat fields and vineyards), it did not achieve widespread acceptance until the late 1700s. The peasants remained suspicious, in spite of a 1771 paper from the Faculté de Paris testifying that the potato was not harmful but beneficial. The people began to overcome their distaste when the plant received the royal seal of approval: Louis XVI began to sport a potato flower in his buttonhole, and Marie-Antoinette wore the purple potato blossom in her hair.

Frederick the Great of Prussia saw the potato’s potential to help feed his nation and lower the price of bread, but faced the challenge of overcoming the people’s prejudice against the plant. When he issued a 1774 order for his subjects to grow potatoes as protection against famine, the town of Kolberg replied: “The things have neither smell nor taste, not even the dogs will eat them, so what use are they to us?” Trying a less direct approach to encourage his subjects to begin planting potatoes, Frederick used a bit of reverse psychology: he planted a royal field of potato plants and stationed a heavy guard to protect this field from thieves. Nearby peasants naturally assumed that anything worth guarding was worth stealing, and so snuck into the field and snatched the plants for their home gardens. Of course, this was entirely in line with Frederick’s wishes.

In the Russian Empire, Catherine the Great ordered her subjects to begin cultivating the tuber, but many ignored this order. They were supported in this dissension by the Orthodox Church, which argued that potatoes were suspect because they were not mentioned in the Bible. Potatoes were not widely cultivated in Russia until 1850, when Czar Nicholas I began to enforce Catherine’s order.

Across the Atlantic, the tuber was first introduced to the colonies in the 1620s when the British governor of the Bahamas sent a gift box of Solanum tuberosum to the governor of the colony of Virginia. While they spread throughout the northern colonies in limited quantities, potatoes did not become widely accepted until they received an aristocratic seal of approval from Thomas Jefferson, who served them to guests at the White House. Thereafter, the potato steadily gained in popularity, this popularity being strengthened by a steady stream of Irish immigrants to the new nation.

Potato Population Boom
When the European diet expanded to include potatoes, not only were farmers able to produce much more food, they also gained protection against the catastrophe of a grain crop failure and periodic population checks caused by famine. Highly nutritious potatoes also helped mitigate the effects of such diseases as scurvy, tuberculosis, measles and dysentery. The higher birth rates and lower mortality rates potatoes encouraged led to a tremendous population explosion wherever the potato traveled, particularly in Europe, the US and the British Empire.

Historians debate whether the potato was primarily a cause or an effect of the huge population boom in industrial-era England and Wales. Prior to 1800, the English diet had consisted primarily of meat, supplemented by bread, butter and cheese. Few vegetables were consumed, most vegetables being regarded as nutritionally worthless and potentially harmful. This view began to change gradually in the late 1700s. At the same time as the populations of London, Liverpool and Manchester were rapidly increasing, the potato was enjoying unprecedented popularity among farmers and urban workers. The Industrial Revolution was drawing an ever increasing percentage of the populace into crowded cities, where only the richest could afford homes with ovens or coal storage rooms, and people were working 12-16 hour days which left them with little time or energy to prepare food. High yielding, easily prepared potato crops were the obvious solution to England’s food problems. Not insignificantly, the English were also rapidly acquiring a taste for potatoes, as is evidenced by the tuber’s increasing popularity in recipe books from the time. Hot potato vendors and merchants selling fish and chips wrapped in paper horns became ubiquitous features of city life. Between 1801 and 1851, England and Wales experienced an unprecedented population explosion, their combined population doubling to almost 18 million.

Before the widespread adoption of the potato, France managed to produce just enough grain to feed itself each year, provided nothing went wrong, but something usually did. The precariousness of the food supply discouraged French farmers from experimenting with new crops or new farming techniques, as they couldn’t afford any failures. On top of hundreds of local famines, there were at least 40 outbreaks of serious, nationwide famine between 1500 and 1800. The benefits of the potato, which yielded more food per acre than wheat and allowed farmers to cultivate a greater variety of crops for greater insurance against crop failure, were obvious wherever it was adopted. The potato insinuated itself into the French diet in the form of soups, boiled potatoes and pommes-frites. The fairly sudden shift towards potato cultivation in the early years of the French Revolution allowed a nation that had traditionally hovered on the brink of starvation in times of stability and peace to expand its population during a decades-long period of constant political upheaval and warfare. The uncertainly of food supply during the Revolutionary and Napoleonic Wars, combined with the tendency of above-ground crops to be destroyed by soldiers, encouraged France’s allies and enemies to embrace the tuber as well; by the end of the Napoleonic Wars in 1815, the potato had become a staple food in the diets of most Europeans.

The most dramatic example of the potato’s potential to alter population patterns occurred in Ireland, where the potato had become a staple by 1800. The Irish population doubled to eight million between 1780 and 1841 — this, without any significant expansion of industry or reform of agricultural techniques beyond the widespread cultivation of the potato. Though Irish landholding practices were primitive in comparison with those of England, the potato’s high yields allowed even the poorest farmers to produce more healthy food than they needed with scarcely any investment or hard labor. Even children could easily plant, harvest and cook potatoes, which of course required no threshing, curing or grinding. The abundance provided by potatoes greatly decreased infant mortality and encouraged early marriage. Accounts of Irish society recorded by contemporary visitors paint the picture of a people as remarkable for their health as for their lack of sophistication at the dinner table, where potatoes typically supplied appetizer, dinner and dessert.

The Irish Potato Famine
Whereas most of their neighbors regarded the potato with suspicion and had to be persuaded to use it by the upper classes, the Irish peasantry embraced the tuber more passionately than anyone since the Incas. The potato was well suited to the Irish the soil and climate, and its high yield suited the most important concern of most Irish farmers: to feed their families.

While the potato was rapidly becoming an important food across Europe, in Ireland it was frequently the only food. Many Irish survived on milk and potatoes alone — the two together provide all essential nutrients — while others subsisted on potatoes and water. By the early 1840s, almost one-half of the Irish population had become entirely dependent upon the potato, specifically on just one or two high-yielding varieties.

Via History Magazine and SO&SO

The Evolution of Lids

By Nicola, via ediblegeography

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IMAGE: Take-out beverage lids, collected in the 90s and early 00s, photographed by sarcoptiform

The disposable coffee cup lid falls squarely in the category of random, everyday objects that you might assume are overlooked, but are actually quite the opposite. In fact, they have been collected, dissected, and put on display by a handful of notable design critics and curators.

As early as 1995, design historian and author Phil Patton’s personal collection of over 30 different lid types underwent categorisation and analysis in a feature article for I.D. Magazine. Under the headline “Top This,” Patton noted that Americans get through about a billion and a half plastic lids each year, and marveled at “how many varieties there were, how various and intricate the device is and how intensely designed they are.”

IMAGE: The Solo Traveler lid, photographed by sarcoptiform.

In 2007, Patton’s collection was put on display at the Cincinnati Museum of Art. Press materials for the exhibition, which was titled “Caution: Contents Hot!”, drew attention to highlights of the genre:

For example, the Solo Traveler lid was designed to accommodate the nose and lip of a drinker. In accomplishing this design goal, the necessary height of the lid made it useful for foam-topped gourmet coffees. Visitors will also see the McDonald’s lid, which is the only lid that features Braille markings for “decaf” and “other.”

IMAGE: The Solo Traveler lid patent drawings.

The Solo Traveler lid had been singled out a few years earlier by MoMA’s Paola Antonelli for inclusion in her 2004 “Humble Masterpieces” exhibition, where it was displayed alongside such other examples of quotidian ingenuity as the paperclip and the Q-tip. Designed by Jack Clements in 1986, the Solo or “sanitary lid,” as it is officially called, can also claim art director and critic Steve Heller as a devoted fan:

Here come the inevitable Freudian references: the Solo Traveler lid is a substitute for a mother’s breast – what we might call nature’s original travel lid. […] It provides comfort and joy as well as nourishment. Certainly plastic is not the most warm and loving material, but somehow the fundamental shape transcends the emotive limitations of the materials. Somehow that lozenge-shaped opening is a means to a totally satisfying end.

IMAGE: The Harpman/Specht lid collection, as featured in Cabinet.

However, it is architects Louise Harpman and Scott Specht who proudly lay claim to the largest collection of “independently-patented drink-through plastic cup lids” in the United States. All 40 were put on display in a large safe at Proteus Gowanus, a Brooklyn gallery, in 2005, and featured in an accompanying issue of Cabinet magazine.

IMAGE: The Harpman/Specht collection on display at Proteus Gowanus in 2005.

Despite the Solo Traveler’s celebrity status, to my mind, these lids are most interesting when considered as a group, unified by function and yet differentiated in form. Patton, Harpman, and others have traced their design evolution over time, from the “primitive days” of simple vented plastic circles, through the invention of the sip tab, to the multi-functional straw/sip-through domes of today.

The very earliest patent for a drink-through lid — Roy Irvin Stubblefield’s “Cap for Drinking Glasses, filed on April 27, 1934 — was designed for cold beverages. Designer Zeke Shore, in a plaintive post that asks “Why Do Coffee Cup Lids Still Suck?”, traces the first tearable vented plastic lid for coffee back to 1967 patent filed by Alan Frank of Philadelphia.

IMAGE: R. I. Stubblefield’s “Cap for Drinking Glasses” patent drawings.

IMAGE: Alan Frank’s patent drawings, via Type/Code.

In those early days, would-be mobile caffeinators had to peel back the un-perforated plastic to create a wedge-shaped opening through which to drink, and a triangular piece of rubbish to discard, akin to old-fashioned ring-pulls. It wasn’t until 1975 that Walter Elfert and James Scruggs came up with the fold-back tab that could attach itself to the lid to stay out of the drinker’s way. And, according to Harpman, “the true efflorescence in drink-through lid design and production can be traced to the 1980s, when we, as a culture, decided that it was important, even necessary, to be able to walk, or drive, or commute while drinking hot liquids.”

IMAGE: Elfert and Scruggs’ patent drawings, via Type/Code.

Twenty-six new patents were issued in the 80s alone, for refinements in “mouth comfort, splash reduction, friction fit, mating engagement, and one-handed activation.” Several of the innovations are not necessarily improvements: Harpman castigates the Push and Drink Lid, which requires lateral bracing to allow users to puncture the plastic by pressing downwards, as “the most over-designed of the lid types.” Meanwhile, the “pinch” mechanism lids simply add an extra squeezing motion to the peel-back process, without any noticeable benefits.

IMAGE: The Karma Cup, designed by Mira Lynn, Gillian Langor, Nick Partridge, Zarla Ludin, and Ruth Prentice.

Although their design continues to evolve (I am particularly taken by this colour-changing version, which indicates temperature as well as warning of insecurely attached lids), it’s possible that the glory days of the plastic single-use lid are over. Last year, Starbucks partnered with Core 77 and others to run the Betacup Challenge, a crowd-sourced design contest to reduce to-go cup waste.

The winner — Karma Cup — did not offer any improvements in mouth feel or splash reduction.Instead, it incentivised the use of reusable cups by charting their use, and giving away every tenth drink ordered in one. If the idea takes off, maybe one day the disposable plastic lid will be collected for its rarity value, rather than its everyday charms.

Cibo di strada lo Street food dell’antica Roma

Street Food, ovvero mangiare per strada. L’hanno invento circa tremila anni fa i popoli nomadi, i romani ne fecero un vanto, tanto che gran parte della popolazione consumava i pasti in piedi, velocemente, sostando in locali semi-aperti adiacenti alla strada. Di queste strutture rimangono importanti vestigia a Pompei. Qui le taverne erano oltre che meta dei viaggiatori di passaggio anche il luogo dove i poveri si facevano riscaldare le vivande (non sempre disponevano di fornelli a casa loro).
Pratiche popolari del genere erano però considerate di cattivo gusto dai notabili, i quali vedevano scadere la propria reputazione se erano visti far colazione alla taverna, perchè vivere per la strada non era serio.
Oltre alle “cauponae” e alle “tabernae” dove i passanti compravano o consumavano bevande fresche o vino caldo, numerosi erano i venditori ambulanti che offrivano pane, frittelle, salsicce, ecc. Le classi popolari urbane conoscevano il piacere di consumare a tavola solo il pasto serale.
Lo scrittore latino Marziale in un epigramma descrive il caos delle strade dell’Urbe prima dell’editto di Domiziano che aveva regolato l’esposizione e lo stazionamento di merci per strade e marciapiedi: “Non più fiaschi appesi ai pilastri… barbiere, bettoliere, friggitore, norcino; nel proprio guscio se ne sta ciascuno. Ora c’è Roma: prima era un casino”.

La gastronomia successivamente è diventata una faccenda da cortigiani (almeno quella che è stata tramandata e codificata) e i poveri cuochi itineranti si sono persi per strada. Fin quando non sono rispuntati i “famigerati” hamburger. Ma oggi lo street food torna a fare tendenza. Basti dire che Ferrà Adrià – lo chef spagnolo diventato un divo internazionale dei fornelli – ha aperto una catena di ristoranti veloci, che Joele Robuchon – lo chef francese eletto cuoco del secolo insieme al suo maestro Freddy Girardet – ha sconvolto Parigi e la Francia dando vita ad una catena di “tavole” dove non si prenota, non si paga con la carta di credito, si mangia in venti minuti a menù fisso. La nouvelle vague della cucina sembra dunque essere non quanto e come si mangia, ma cosa si mangia: la qualità sta nella perfezione di un piatto nella purezza degli ingredienti e non nel “contorno” modaiolo. Il cibo dell’essenza e l’essenzialità del cibo sono oggi i sovrani comandamenti.

via | taccuinistorici.it

I più grossi macelli della storia

Il più grosso centro di commercio e macellazione di bestiame mai esistito sulla terra apre i battenti a Chicago il giorno di Natale del 1865, un’area immensa sul lato sud della città denominata “Packingtown” dove vennero fondate le “Union Stockyards” le prime e più famose “Armour” (per i suini) e “Swift” (per i bovini) capaci di lavorare decine di migliaia di animali al giorno, i recinti di sosta potevano arrivare a contenere 400.000 capi, vi venivano scaricati direttamente dai vagoni dei treni attraverso una moderna rete ferroviaria e provenivano dalle immense praterie del centro e ovest degli Stati Uniti, poi tramite percorsi sopraelevati le mandrie giungevano fin dentro agli stabilimenti.
A cavallo del 1900 vi lavoravano 25000 persone provenienti da diverse parti del mondo, Tedeschi, Irlandesi, Lituani, Slavi, Polacchi ed in seguito Afro-Americani e Messicani e si produceva l’82 % della carne consumata negli USA e non solo carne ma anche numerosi sottoprodotti quali, cuoio, sapone, strutto, bottoni, fertilizzanti, ammoniaca, colla, ecc…
Moderno e innovativo era il sistema di produzione, infatti e qui che nacquero le prime catene di montaggio, o meglio di “smontaggio” che permettevano ad operai non specializzati e che non parlavano l’inglese di imparare a fare una sola e semplice operazione e fare sempre quella, da qui, dopo una visita agli stabilimenti, Henry Ford prese lo spunto per la produzione delle automobili.
Il declino avvenne intorno al 1955, anno in cui chiusero molte delle società e poi definitivamente il 31 Luglio 1971
Questa storia mi ha affascinato sin da piccolo, avevo un’enciclopedia con delle immagini dell’epoca da cui è partito il mio interesse, poi recentemente mi sono documentato meglio con le ricerche su internet, stupendo è il libro “The Jungle” di Upton Sinclair del 1906, ho faticato un pò per trovarlo ma ve lo consiglio vivamente, descrive le condizioni disumane in cui lavoravano, e spesso perdevano la vita, i poveri operai immigrati, malpagati e senza l’ombra dei più banali diritti, fino a quando i sindacati non cominciarono a muovere i primi passi. L’uscita del libro scioccò l’America anche perché descriveva il modo con cui si producevano salsicce e cibi vari senza badare troppo all’igiene ed a ciò che vi finiva dentro, celebre la frase dello scrittore stesso che disse “volevo colpire l’America al cuore ma l’ho colpita allo stomaco”

dei rari filmati del 1897
http://www.youtube.com/watch?v=YQy_HM1eW9w&NR=1
http://www.youtube.com/watch?v=2qx2iufC … re=related
http://www.youtube.com/watch?v=zg0HPCJv … re=related

ed un servizio recente:
http://www.youtube.com/watch?v=7wWLWg4WmZ4

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Uno dei protagonisti della Meatpacking di Chicago è Gustavus Franklin Swift (1839-1903) fondatore di una delle più grandi società operative negli USA che rivoluzionò l’industria della lavorazione della carne, infatti fu il primo a sperimentare gli impianti di refrigerazione su mezzi di trasporto, camion e vagoni ferroviari, inoltre cominciò a sfruttare e valorizzare al massimo tutti i sottoprodotti e gli scarti derivati dalle lavorazioni in modo che nulla andasse sprecato, “del maiale solo il grugnito è inutilizzabile!” era il motto a Packingtown.
Swift nacque il 24 Giugno 1839 a Cape Cod nel Massachusetts aveva altri 11 fratelli e studiò fino all’età di 14 anni, poi abbandonò la scuola e cominciò a lavorare nella macelleria del fratello. Non era soddisfatto in quando non intravedeva grosse prospettive per il suo futuro, cosi a 16 anni decise di trasferirsi da solo a Boston, il padre allora per convincerlo a restare gli donò 25 dollari e lui rinunciò.
Andò in una fattoria vicina ed acquistò una giovenca che pagò 19 dollari, la macellò e fece la vendita della carne porta a porta ricavandone 10 dollari di profitto, da allora in poi cominciò ad andare settimanalmente al mercato per acquistare dei capi e così ebbe inizio la sua carriera nel commercio del bestiame.
Nel 1859 aprì un negozio di macelleria, poi un secondo in un’altra città ed in seguito altri ancora e sposò Annie Higgins da cui avrebbe avuto 9 figli.
Mise a punto alcuni principi di psicologia della vendita al dettaglio che furono il segreto del suo successo, rese la carne più attraente sistemandola su vassoi di marmo bianco, cominciò a fare tagli e porzioni piccole che sembravano indurre il cliente a comprare di più e più spesso, presentava al meglio i tagli di cui necessitava disfarsi per prima ed inoltre le sue macellerie si distinguevano per l’ordine e la pulizia.
Nel 1872 si mise in società con James A. Hathaway commerciante di bestiame di Boston, ampliò il giro d’affari verso ovest, Albany, Buffalo e New York, infine nel 1875 si stabilì a Chicago.
Swift era ossessionato dal contenimento dei costi di produzione, fermamente convinto che far viaggiare animali vivi fino alla costa atlantica fosse una strategia inefficiente in quando gli animali dovevano essere alimentati durante il viaggio, molti morivano o si ferivano e dal momento che le ferrovie venivano pagate a peso, riuscendo a far viaggiare la carne il peso veniva ridotto circa del 40%.
Nel 1877 finì la società con Hathaway ed ebbe una buonuscita di 30.000 dollari, parte di tali fondi li utilizzò per assumere un’ingegnere che perfezionò un sistema di refrigerazione su mezzi di trasporto, all’interno dei vagoni veniva fatta circolare aria raffreddata dal ghiaccio.
Così, dopo aver superato una iniziale diffidenza dei consumatori ad acquistare carne prodotta altrove, l’espansione della Swift & Company si estese a tutte le città degli Stati Uniti, Canada ed in seguito Europa e mondo intero.
Il primo esperimento di trasporto carne transoceanico fu fatto con un carico di pecore congelate diretto in Inghilterra.
Swift, Morris e Armour erano conosciuti come i Baroni della carne di Chicago e presto l’opinione pubblica si rivoltò contro con quello che fù definito il “carni trust”.
Nel 1902 le società subirono un controllo federale e vennero incriminate per aver cospirato per la fissazione dei prezzi della carne, fu la prima azione penale antitrust.
Loro, in risposta, si unirono e fondarono un’unica società che permise loro di restare sempre i più forti.
Gustavus Swift mori a Chicago il 29 Marzo 1903 per emorragia interna in seguito ad un’operazione chirurgica, la gestione della società rimase nelle mani della famiglia.
Nel 1905 seguirono altre inchieste nei confronti della Swift & Co e la corte suprema degli Stati Uniti emanò una serie di provvedimenti atti a regolamentare l’industria della carne. Vennero fondati organi ispettivi come il “Pure Food and Drug Act” del 1906, il “Meat Inspection Act” ed il “Packers and Stockyards Act” del 1921.
La società fondata da Swift esiste ancora oggi come “Swift-Armour-Eckrich” di proprietà della Conagra. http://www.armour-eckrich.com/index.php

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alle estremità del vagone si notano i contenitori di ghiaccio che venivano riforniti da botole sul tetto

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via | forumdiagraria

grazie ad Aldo

Carni Halal, fra le decisioni Coop e quelle dell’Italia

  • segnalato da: Stefano Dall’Agata
  • foto

    16/02/2010

    [di G. Felicetti*] In questi giorni ha fatto molto parlare e scrivere la scelta di Coop di aprire un reparto carni bovine provenienti dalla macellazione rituale in un suo supermercato di Roma.
    La notizia si è diffusa in particolare per la presenza vera o presunta di “co
    mmesse con il velo”, vista la clientela di fede islamica alla quale è rivolta. Notizia fornita da Unicoop Tirreno senza dare alcun cenno sulle modalità di macellazione previste da questa confessione.

    Coop, a parte singole macellerie, non è l’unica “grande distribuzione organizzata” che commercializza carni provenienti dalla modalità rituale. Coop ha però fatto clamore, a differenza di altri. Ma già prima della diffusione della notizia, Coop aveva concordato con i delegati delle Comunità islamiche uno stordimento preventivo di tipo elettrico, come previsto dalla legislazione vigente per macellazioni non rituali. Questo permettendo così la dicitura “halal” anche se derivante da animale stordito.

    La LAV ha quindi chiesto specifiche tecniche di merito e – pur in un ambito in cui si batte per scelte alimentari diverse – ha preso atto favorevolmente della scelta di procedere ad uno stordimento preventivo effettuato così per polli (elettronarcosi), ovini e caprini (pinza elettrica) e con un dispositivo a proiettile captivo non penetrante per i bovini. Ciò vuol dire eliminare il dissanguamento senza un atto preventivo che, pur nella tragica e non ineluttabile decisione di dare morte ad un essere vivente, rappresenta un attenuazione del dolore rispetto alla normale macellazione rituale.
    Si tratta della prima volta nel suo genere in Italia, peraltro per più specie, in tre mattatoi diversi e con delegati islamici diversi che hanno accettato la linea di
    Coop (lo stordimento era stato accettato anni fa dalle comunità islamiche del Trentino e dell’Alto Adige grazie all’obiezione di coscienza dei veterinari pubblici impiegati nei controlli nei mattatoi per la macellazione di pecore e capre).

    Ora speriamo che anche le altre realtà della “grande distribuzione organizzata” seguano l’esempio di Coop, aumentando comunque tutti l’offerta per vegetariani e vegan, credenti o non credenti. E che tutti si indirizzino a etichettare – come richiesto dal Comitato Bioetico per la Veterinaria già nel 2003 – le parti degli animali scartate (i quarti posteriori bovini) e gli animali che pur provenendo da macellazione rituale vengono commercializzate come “normale” carne, nei consueti reparti carne o nelle usuali macellerie. Effettuando per noi una frode in commercio, contro quel pubblico che pur mangiando carne, non ne consumerebbe se derivante da macellazione rituale, comunque senza stordimento preventivo degli animali.

    COSA C’E’ DA SAPERE IN PIU’
    E’ bene ricordare che la macellazione senza stordimento si può purtroppo effettuare da sempre, legalmente, in tre ambiti specifici:

    – la macellazione secondo riti religiosi, da effettuarsi obbligatoriamente in macelli autorizzati (circa 100 fino al 2003, ultimo dato reso disponibile dal Ministero della Salute) a tale scopo o anche a tale scopo. Si tratta del rito ebraico “kosher” e islamico “halal”. Per gli animali sono identici;
    – la macellazione di volatili e conigli in impianti a “
    capacità limitata”;
    – la macellazione di volatili e conigli per autoconsumo familiare.

    Si tratta di milioni di animali (dato esatto non rilevato dagli organismi di vigilanza e controllo) rispetto a centinaia di milioni di polli e galline, a decine di milioni di conigli e milioni di bovini, ovini e caprini.

    La macellazione rituale, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il rispetto o meno degli animali, è un tema molto “sensibile”. E, non solo per la comunità ebraica, stabilmente di circa 35.000 membri ma soprattutto per la crescente presenza in Italia della comunità islamica, oggi fra 1.200.000 e 1.600.000 membri.

    La LAV è per la liberta di religione. La LAV è per assicurare il diritto alla vita degli animali e, laddove purtroppo ancora uccisi in ambiti permessi dalla legislazione, battendosi in primis per la diffusione della scelta vegetariana e vegan a prescindere dalle proprie convinzioni anche religiose, come avviene in questi mesi in particolare con la campagna Cambiamenu, chiede che venga reso obbligatorio un efficace stordimento per gli animali destinati alla macellazione poiché – con il conforto tecnico scientifico di organismi indipendenti come la Federazione Veterinaria Europea e il Farm Animal Welfare Council del Governo inglese – la macellazione senza stordimento è più dolorosa di quella effettuata con lo stordimento.

    COSA FARE?
    La LAV sostiene quindi la Proposta di Legge firmata da deputati di tutti i gruppi, la n.1458 Alessandri e altri che renderebbe obbligatorio lo stordimento per ogni tipo di macellazione, allineando così l’Italia a Paesi come la Svizzera (con recente conferma del Consiglio federale che a fronte delle proteste della Comunità ebraica ha stabilito il principio che la protezione degli animali prevale sui precetti religiosi configgenti con la morale di quel Paese), l’islamica Malesia, alcuni Land austriaci, la Svezia, dove questo è già legge.

    La decisione deve essere supportata da Parlamento e Governo ed è compatibile sia oggi con il vigente Decreto Legislativo 333 del 1998 sia dal 1° gennaio 2013 quando entrerà in vigore il nuovo Regolamento europeo n.1099 del 2009 che esplicitamente lascia la possibilità agli Stati membri di prevedere “disposizioni nazionali più rigorose”.

    Per questo oggi la LAV chiede di inviare email di sostegno per la calendarizzazione e l’approvazione della Proposta di Legge 1458 a:
    On. Angelo Alessandri – Presidente Commissione Ambiente Camera, primo firmatario Proposta di Legge n.1458 per rendere obbligatorio lo stordimento per ogni tipo di macellazione anche rituale – alessandri_a@camera.it
    On.Paolo Russo – Presidente Commissione Agricoltura Camera – Commissione dove è stata assegnata la Proposta di Legge n.1458 russo_p@camera.it
    On.Francesca Martini – Sottosegretario alla Salute – f.martini@sanita.it

    Stessa richiesta, per far attuare subito su base volontaria quanto fatto da Coop, è scrivere alle catene di supermercati
    Per saperne di più clicca
    qui
    Per approfondimenti sul progetto di dialogo sostenuto dalla Commissione Europea clicca
    qui

    Gianluca Felicetti
    *Presidente LAV

    via | demo.lav.nethouse.it