LA FILIERA AGROALIMENTARE TRA SUCCESSI, ASPETTATIVE E NUOVE MITOLOGIE

Sintesi della ricerca Nomisma

La formazione del prezzo di un prodotto alimentare coinvolge una pluralità di attori. Tra questi i protagonisti sono senz’altro gli operatori della filiera agroalimentare (agricoltura, industria alimentare, grossisti, distribuzione a libero servizio, dettaglio tradizionale e ristorazione) a cui si affiancano un insieme di soggetti esterni alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali (trasporto, packaging, energia, ecc…).

L’analisi dimostra che i costi riferibili agli attori interni ed esterni alla filiera sono rilevanti tanto che su 100 euro di spesa alimentare in Italia, l’utile complessivo (ovvero la somma degli utili di tutti gli operatori dell’agroalimentare) è solo di 3 euro, una parte molto marginale del prezzo finale, mentre 97 euro rappresentano i costi sostenuti dalle imprese dell’agroalimentare.

Questo elevato livello dei costi potrebbe ridursi in presenza di una filiera agroalimentare meno polverizzata e più efficiente e di un sistema infrastrutturale (sistema di trasporto e reti energetiche ad esempio) più vicino agli standard europei.

In questo scenario si profilerebbe un recupero di valore che potrebbe tradursi in una riduzione dei prezzi al consumo e in un contestuale incremento degli utili dei vari operatori

I consumi alimentari (domestici ed extradomestici) rappresentano l’anello finale di una catena che coinvolge una pluralità di attori economici. Fra questi distinguiamo gli attori che operano nella filiera agroalimentare (Attori interni) e gli operatori che pur non appartenendo alla filiera intrattengono con essa operazioni economiche (Attori esterni).

GLI ATTORI INTERNI: UNA FILIERA POLVERIZZATA Tra gli attori interni figurano nella fase produttiva l’Agricoltura (produttrice di materie prime e prodotti freschi per il consumo) e l’Industria alimentare (trasformazione delle materie prime in prodotti per il consumo finale).Nella fase distributiva e commerciale rientrano il Commercio all’ingrosso di prodotti agricoli e alimentari e i diversi canali che servono il consumo finale:

• per i consumi domestici il Dettaglio tradizionale (commercio al dettaglio a postazione fissa e ambulante di prodotti alimentari a servizio assistito, ad esempio macellerie, fruttivendoli, pescherie ecc.) e la Distribuzione a Libero Servizio, in cui la Distribuzione Moderna (con superficie di vendita superiore a 100 mq) rappresenta il 50% dei punti di vendita, ma più del 90% del fatturato;

• per i consumi extradomestici, caratterizzati da un ulteriore processo di preparazione e servizio, la Ristorazione (ristoranti, bar, mense e catering).

Complessivamente questa filiera ha un ruolo di primo piano nell’economia nazionale, rappresentando l’8,4% del PIL e il 12,6% degli occupati in Italia. Tali attori si caratterizzano, rispetto ai principali partner europei, per il più alto grado di polverizzazione delle fasi produttive (agricola e industriale): ad esempio, l’impresa agricola italiana ha una dimensione economica media pari ad un terzo di quella tedesca e francese così come un’impresa di trasformazione alimentare esprime un fatturato medio pari ad un decimo di quella britannica.

In modo meno pronunciato, anche il livello di concentrazione della fase distributiva e commerciale dei prodotti alimentari in Italia resta al di sotto degli altri principali paesi europei: nella Distribuzione moderna italiana i primi tre player rappresentano il 33% del mercato, mentre in tutti gli altri principali paesi europei questo dato supera sempre il 50%.

Questa polverizzazione della filiera agroalimentare contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e non consente adeguate economie di scala che potrebbero ridurre i costi delle imprese (con conseguenti effetti sul livello dei prezzi).

GLI ATTORI ESTERNI: RELAZIONI ECONOMICHE E AMBIENTE COMPETITIVO

Alla formazione dei prezzi alimentari al consumo contribuiscono in maniera rilevante anche i costi sostenuti dagli attori della filiera agroalimentare nel reperire i beni e servizi offerti da attori esterni indispensabili per lo sviluppo della filiera. Si tratta di operatori che svolgono funzioni relative alla fornitura di: mezzi tecnici per l’agricoltura; additivi, ingredienti e preparati per l’industria alimentare; energia elettrica e altri servizi (acqua, gas ecc.); tecnologie e beni strumentali/accessori (macchinari, packaging, ecc.); servizi di trasporto e logistica; altri servizi (comunicazione/promozione, consulenziali, certificazione, laboratori analisi, ecc.).

Un ulteriore attore esterno di rilievo è la pubblica amministrazione che a fronte dei servizi offerti (infrastrutture, sicurezza, giustizia ecc.) costituisce un costo per la filiera agroalimentare (imposte dirette e indirette). Dall’analisi di tali attori emerge come la dotazione infrastrutturale italiana sia al di sotto di quasi tutti i principali competitor europei. Ciò si traduce per le imprese italiane in elevati costi per energia e trasporti: ad esempio il costo dell’autotrasporto in Italia è del 30% più elevato rispetto alla Spagna mentre il costo italiano dell’energia elettrica ad uso industriale è superiore del 36% alla media europea.

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Questo deficit infrastrutturale incide quindi sulla competitività e sui costi delle imprese agroalimentari italiane.

LA SPESA ALIMENTARE IN ITALIA: IL RUOLO ECONOMICO DEI DIVERSI ATTORI In Italia nel 2008 si sono spesi 215 miliardi di euro in prodotti alimentari, nei due segmenti domestico ed extradomestico, che possono essere suddivisi in diverse voci di costo e nell’utile dei vari operatori.

Assumendo una spesa pari a 100 euro e considerando la filiera agroalimentare come un unico soggetto economico:

54 euro sono relativi a costi interni, tra cui figurano il costo del lavoro (38 euro, comprensivi sia delle retribuzioni nette che degli oneri sociali), il costo del capitale (11 euro, corrispondenti agli accantonamenti e agli ammortamenti dei beni d’investimento come impianti, fabbricati, macchinari, ecc.) e il costo dei finanziamenti (5 euro, corrispondenti agli oneri finanziari sui prestiti bancari, obbligazionari, ecc.);

27 euro riguardano i costi esterni, tra cui i più rilevanti sono i costi per packaging (8,50 euro), trasporto e logistica (5,70 euro) e promozionali (5,00 euro);

12 euro sono per le imposte, di cui 10 per imposte indirette (IVA, accise, imposte di registro, ecc.) e 2 per le imposte dirette (principalmente le imposte sul reddito);

4 euro attengono al saldo delle importazioni nette di prodotti agricoli e alimentari, dato che l’Italia registra un deficit nella bilancia commerciale agroalimentare.

La somma di tutti i costi menzionati conduce ad un totale di 97 euro dei 100 euro di spesa alimentare considerati. A fronte di tali costi, emerge un utile di filiera, cioè il valore che rimane agli azionisti/imprenditori di tutti i passaggi, pari a soli 3 euro.

Il settore evidenzia quindi una marginalità strutturalmente limitata, con un’incidenza residuale dell’utile sul livello dei prezzi pagati dal consumatore finale.

CONCLUSIONI: UNA RIDUZIONE DEI COSTI, NON DEGLI UTILI Un eventuale risparmio sul prezzo finale per i consumatori passa più da una riduzione dei costi, che da una riduzione degli utili, data la ridotta incidenza di questi ultimi. All’interno dei primi una quota importante è attribuibile a costi esterni alla filiera, su cui gli attori interni hanno solo un limitato potere di intervento e controllo. L’analisi condotta ha rivelato come il nostro paese lamenti un significativo deficit infrastrutturale in termini di reti di trasporto ed energetiche rispetto ai partner europei, il che si traduce in un incremento dei costi esterni per le imprese italiane. Un recupero di efficienza su tali costi porterebbe sicuramente un beneficio sui prezzi finali. Dall’altro lato, un recupero d’efficienza è auspicabile anche sui costi interni. Come si è visto, infatti, nella filiera emerge una spiccata polverizzazione che impedisce di fatto il ricorso ad economie di scala. Tutto ciò si ripercuote in una maggiore incidenza dei costi di lavoro, capitale e finanziamento.

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Infine, è da considerare come una quota non marginale (12%) della spesa alimentare (domestica ed extradomestica) sia incomprimibile: ovvero i costi delle imposte dirette ed indirette. Una maggiore efficienza sul piano dei costi interni ed esterni delle imprese della filiera agroalimentare e dell’ambiente competitivo in cui operano libererebbe risorse in grado sia di ridurre i prezzi al consumo che di sostenere i ridotti utili dei vari operatori.

Bologna, ottobre 2009

ANCD | FEDERALIMENTARE

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