E ora s’inventano il cibo politicamente corretto

di Nicola Porro

E’ nato “l’alimentarmente corretto”, filosofia snob che esalta i piatti tipici, costosi e sani. Ma per pochi. I sacerdoti del “progessivismo” a tavola condannano gli Ogm, e poi se li mangiano

Se Tom Wolfe invece di girare per i salotti newyorkesi, si fosse piazzato dalle parti delle Langhe si sarebbe divertito di meno, certo. Ma avrebbe scritto un capolavoro sulla deficienza umana che va ben oltre il suo Radical Chic. Ci avrebbe parlato dei «Food chic». Dei signori che incontrate per strada con il borsello di Hermes (esistono, esistono) e pontificano sulla disgustosa proliferazione dei McDonald’s. Se avesse più modestamente bazzicato gli uffici del nostro ministero dell’Agricoltura invece del City Hall della Grande Mela avrebbe scritto magnifiche pagine sulle denunce nei confronti degli organismi Frankenstein, gli Ogm, fatti da signori che campano grazie a essi. Insomma, ieri come oggi, Wolfe avrebbe descritto il politicamente corretto, la moda dei tempi, gli affari dei furboni. E oggi come ieri sarebbe stato minoritario.

Purtroppo di Wolfe per strada non se ne trovano molti: e qualcuno che sputtani questa ondata di «alimentarmente corretto» non si trova. Il fascino del cibo antico è diventato imbattibile. Indiscutibile. C’è poco da ragionarci su. I cibi antichi sono diventati un’ideologia, una religione, e i loro cultori, come spesso accade, furbacchioni e sacerdoti del proprio concreto interesse. L’ultimo esempio l’ha fornito ieri su la Repubblica il santone di Slow food, Carlo Petrini.
Sì certo è meglio il lardo di colonnata del Big Mac. Volete mettere la cipolla di tropea con il milk shake. C’è forse qualcuno che possa metterlo in dubbio? Ma andatelo a spiegare ai milioni di persone che grazie alla polpetta a pochi euro riescono a campare. È inequivocabile, il Parmigiano reggiano (a proposito qualcuno ci sa dire una marca che si distingua tra i suoi 4500 produttori, o dobbiamo pensare che l’individualismo delle imprese si debba nel futuro assoggettare a questo socialismo consortile?) è un prodotto unico. E dobbiamo combattere contro le sue falsificazioni internazionali. Ma qualcuno dei nostri «food chic» può ricordare ai nostri contribuenti che il nostro ministero ha speso 50 milioni (si tratta anche di quattrini dei «paninari») per sovvenzionare il settore comprando 200mila forme? Buona idea: ma è come svuotare il mare con un cucchiaio per di più fornito, il cucchiaio, da chi non ha neanche una mezza posata. Gli americani sul New York Times hanno aperto una grande discussione sulla vicenda di Rosarno. Non riguardava il tema dell’immigrazione, ma quello del made in Italy. Dicevano, interessati, i polemisti sul giornale newyorkese: «ma guardate un po’ come si alimenta la dieta mediterranea: con lo schiavismo». Insomma l’alimentarmente corretto rischia di annientarci. Il sapore del made in Italy, il gusto dell’artigianale e dunque del ben fatto, ci appartiene. E sarebbe sconveniente perderlo. Ma altrettanto è affidarlo ai guru della correttezza alimentare. Ritengono che una buona agricoltura sia una agricoltura arretrata. Ritengono che l’impresa agricola sia ancora quella delle mondine e delle vanghe. E si compiacciono, dai loro notebook e ristoranti stellari, di farcelo credere. Sono tutte balle. Quelle 400mila imprese agricole che su 1,7 milioni del totale reggono il nostro settore agricolo sono delle piccole macchine da guerra. Sono imprese innovative, che vogliono ancora maggiore innovazione. Che soffrono piuttosto del digital divide nella banda larga che non della proliferazione delle grandi catene. Sono imprese che non riescono a capire la contraddizione per la quale si voglia il cibo a chilometri zero (ad esempio quella sciocchezza dei mercati cittadini) e nel contempo si pretenda di esportare i nostri sapori in Russia. Sono imprese che attivano, in termini di filiera, il 16 per cento del nostro Pil. Altro che nicchia. Per fare un esempio poco romantico e tratto dai dati della Confagricoltura (che grazie a Dio da qualche anno ragiona in termini imprenditoriali e non politico-bucolici) se fosse permesso ai coltivatori di mais italiano di seminare Ogm si aumenterebbe la produzione, a parità di ettari coltivati, di 280 milioni di euro l’anno. Un’innovazione tecnologica grazie alla quale si avrebbe, infatti, un forte risparmio sull’utilizzo dei fitofarmaci e dell’acqua (è chiaro signori verdi?) e un incremento di produzione del 30 per cento. Evidentemente siamo troppo ricchi e possiamo infischiarcene. Nel 2008 su 13 milioni di agricoltori che hanno utilizzato Ogm, solo il 10 per cento era in Paesi ricchi. Troppo chic per coltivare in casa nostra Ogm. Ma troppo scemi per renderci conto che comunque li consumiamo. L’86 per cento delle farine per mangime che utilizziamo in Italia derivano da Ogm. Quindi la procedura è questa: compriamo all’estero ciò che non possiamo coltivare in Italia e poi lo inseriamo nella nostra catena alimentare. Con quei mangimi si producono infatti carne, latte, uova e anche il nostro bel prosciuttino. Dei geni assoluti. Vi ricorda qualcosa? Inizia per Nuc… e finisce per …leare. Basta mettere insieme i pezzi e si scorge il disegno. Si identifica un nemico: l’Ogm, il Big Mac. E su di essi si costruisce una religione, di cui si avvantaggiano solo i suoi profeti. Con la conseguenza finale di avere agricoltori poveri e consumatori pochi ma ricchi.

via | ilgiornale.it

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