Hat-trick Designs Party Recipes To Help Tubby Kids Slim Down

UK firm tackles the food pyramid’s weak link: birthday parties.

It’s hard enough to get kids to eat healthfully at dinner or during school lunch. But try telling the little darlings that they’re going to get cucumbers and whole wheat bread instead of ice cream and cake at their birthday party and you’ll likely risk a rebellion that would put post-Stanley Cup Vancouver to shame.

Still, you have to give props to an organization for trying. Just as the US recently unveiled its new food-groups based Dinner Plate (which replaced the discredited old Food Pyramid), the British Heart Foundation (BHF) is rolling out a “Party Pack” of recipes, paper goods, and games for kids designed to get the little buggers to lay off the sugary snacks and enjoy a carrot.

To make the whole more fun (or perhaps to try and disguise the fact that it’s cherry tomatoes they’re eating, not maraschino cherries), the BHF asked the Design Indaba-headliners at Hat-trick Design to take a crack at the challenge. “Some incredible statistics set this project off,” says Jim Sutherland, Hattrick’s co-founder. “Around one in five children in England (22.8%) are overweight or obese the year they start school. In 5-year-olds, 82% of boys and 86.3% of girls don’t get their five-a-day in terms of fruit and vegetables. And a third of children get less than the recommended amount of physical activity each week (32%).” Sound familiar?

The BHF found that many parents would like to get the kids to eat better, but they’re really stuck when it comes to putting on a party. Stressed for time, and clueless on how they can substitute the healthy stuff for the usual goodies without provoking a tantrum, they fall back on the HFSS (High Fat Salt Sugar) foods and sedentary activities that are the norm.

To help them out, the BHF hired recipe writer Lizzie Harris to come up with party food ideas with an animal themed twist including: carrot cakes that look like rabbits, sandwiches styled as chickens and buffaloes and a lion made out of tortilla chips. Writer Nick Asbury gave them playful names such as ‘bunny buns,’ the ‘cluck cluck club,’ and ‘safari snacks’ before photographer John Ross shot them all on paper plates, complete with crumbs and splats, to make everything look achievable and homemade. Hat-trick also designed items for the party itself, including invitations, placemats and stickers, which can be used to decorate everything from goody bags to pieces of fruit. Nothing like putting a pair of googly eyes on an orange to make it taste like a cupcake! “Hat-trick’s playful and colorful design allows us to get our serious messages about healthy eating out in a fun and interactive way,” Debbie Allen, who leads the BHF’s work with children and young people.

Good luck with that!

Il cibo “coming soon”

di Eleonora Cozzella

Dal Fancy Food Show di Washington in anteprima il cibo che mangeremo, con organic e gluten free come parole d’ordine. Ecco cosa porteremo in tavola tra qualità, innovazione e tante curiosità: dal popcorn che diventa gourmet alle tavolette di cioccolato che sposano le patatine fritte al bio che converte anche il cibo spazzatura.

È come la notte degli Oscar, ma le ambitissime statuite dorate hanno il cappello da cuoco e portano in mano un vassoio con coprivivande. Per il resto, a parte un’atmosfera più rilassata, le differenze sono ben poche, si limitano a riprodurre in versione alimentare tutto quello che la più famosa serata hollywoodiana è per il cinema: c’è l’arrivo dei finalisti sul red carpet, il discorso (breve: non più di un minuto è la raccomandazione degli organzzatori) dei vincitori, la star – della cucina, s’intende, quest’anno Cat Cora – ad annunciare che “and the winner is…”.
Si tratta dei Sofi Awards con i quali il NASFT, National Association for the Specialty Food Trade, ogni anno premia i migliori prodotti (per qualità e/o innovazione) del mondo del food & beverages nell’ambito del Fancy Food Show di Washington. Una giuria formata da giornalisti gastronomici, cuochi, importanti buyer del settore alimentare, esperti di marketing, passa cinque giorni a esaminare i prodotti candidati, poi stila la classifica dei finalisti, divisi in 33 categorie (dagli snack al cioccolato, dalle salse alla pasta, dai prodotti da forno alle carni conservate, dai formaggi ai surgelati ecc.).

I prodotti sono poi sistemati in vetrine da esposizione. Chi si registra può assaggiare e votare. Un metodo forse migliorabile ma sicuramente chiaro, per assegnare il riconoscimento più importante in un mercato alimentare da 70 miliardi di dollari. Almeno ai food-lover americani è chiaro che cosa voglia dire l’equivalente del più misterioso marchio “eletto prodotto dell’anno” che sentiamo nella pubblicità in tv rivolto ai prodotti più vari, dal dentifricio ai medaglioni di prosciutto, senza che nessuno ci abbia mai detto chi elegge che cosa, quando, come e perché.

Comunque, non stupisce che il Fancy Food Show, immenso meeting del B2B (180mila prodotti esposti di 2500 produttori da 80 Paesi), giunto  alla 57esima edizione (ce n’è uno estivo e uno invernale), sia il quartier generale in cui i trend setter dettano le tendenze: dolce o salato, di nicchia o industriale, da masticare o sorseggiare, dal packaging innovativo o che strizza l’occhio alla tradizione, il cibo ‘coming soon’ passa da qui, come in un enorme catalogo 3D dei prodotti che si troveranno a breve sugli scaffali dei supermercati e soprattutto nei negozi di delicatessen.

Allora che cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Le parole d’ordine sono organic e gluten free – ovviamente senza rinunciare al gusto – tra alta qualità, innovazione e mille curiosità.

Il primo mantra che salta agli occhi è organic, biologico. Anche gli alimenti che siamo abituati a pensare come “non sani” acquistano una loro dignità incontrando in un processo sia pure industriale, una matura attenzione alla materia prima. Basti pensare al simbolo del mangiare casalingo veloce (e grasso) americano, il burro d’arachidi. Resta grasso emblema del comfort food, ma adesso i produttori ci raccontano dove sono coltivate le arachidi da agricoltura biologica no ogm, come vengono rese crema e messe in barattoli completamente privi di conservanti.  Per esempio Sunland Peanut butter è sia nella ricetta tradizionale, sia nei gusti novità (al peperoncino, alla ciliegia e vaniglia, al cioccolato fondente, alla banana e molti altri) è 100% bio. E in più è kosher. Ed ecco un altro trend in costante crescita, tanto che l’ambasciata italiana a Washington ha organizzato nei giorni del Fancy un incontro con i produttori italiani per illustrare le potenzialità di uno sviluppo della produzione in questo senso.


Kosher sono anche le patatine in sacchetto di Food Should Taste Good: la novità è che sono patate dolci, decisamente deliziose, con una maniacale attenzione a tutte le certificazioni possibili: ogm free, kosher, senza colesterolo, a basso contenuto d sodio, vegan, senza conservanti, coloranti o aromatizzanti. E hanno la certificazione gluten free. Altro trend incredibile, che apre a business infiniti, è quello appunto del senza glutine, che in Usa sta vivendo un periodo modaiolo, dopo che numerose star del cinema si sono professate osservanti di una dieta senza questo complesso proteico. Così, quello che in Italia è giustamente considerato un disagio serio, la celiachia, che impone un’alimentazione che sia priva di derivati dal grano e tutti i cereali con glutine (farro, kamut, spelta, orzo, seitan ecc.), in Usa non è l’unico motivo per cercare prodotti gluten free.

I produttori li consigliano ad atleti, a chi vuol dimagrire, agli anziani e, a chi ha disturbi legati all’autismo e a quanti “vogliano migliorare la salute e la qualità della vita” (come dice la chef e piccola produttrice panamense Melissa De Leòn che usa farina di taro per le sue creazioni). Tra i nuovi adepti del gluten free, Jenny McCarthy, convinta che il glutine abbia contribuito alla forma di autismo di suo figlio, Gwyneth Paltrow che usa i prodotti alternativi per dimagrire, Elisabeth Hasselbeck secondo cui era il glutine la causa dei suoi passati dolori cronici. A detta di tutti poi senza glutine la pelle è più luminosa, la notte si dorme meglio e ci si libera di molte altre allergie. Quindi sappiate cari celiaci: in Usa gluten free is cool!

Ma siccome nella ‘moda’ anche alimentare c’è posto per tutto e il contrario di tutto, continua il successo della pasta made in Italy e sono affollati gli stand dei produttori che dalla penisola portano paccheri, fusilli e gli amati spaghetti. E che non dimenticano, anche qui, di ampliare le loro linee con l’integrale e l’organic. Dal campano Di Martino al trentino Felicetti, i nostri portabandiera dell’italian style a tavola vanno forte, anche con il bio e la tracciabilità.
“Gli Stati Uniti sono per la pasta italiana uno dei mercati di riferimento insieme con Germania e Giappone – ricorda il presidente dell‘Unione Industriale Pastai Italiani, Riccardo Felicetti – con i suoi 140 milioni di euro di pasta esportata nel 2010. E il nostro bio conquista sempre più la fiducia dei consumatori statunitensi, con una crescita di oltre il 20% l’anno”.
Ma non basta dire pasta. Ora i foodie amano sapere che cosa c’è nella loro confezione. Dunque non stupisce che a Washington gli stand della linea monograno Felicetti e del Pastificio dei Campi (dalle cui confezioni attraverso Google map è addirittura possibile risalire al campo da cui proviene il grano di quella specifica quantità) siano affollati.

Ma gli chef italiani stiano in guardia. I coreani hanno deciso di farci concorrenza sul mercato della ristorazione e sfoderano qualità, stagionalità e salubrità cucinati con talento ed eleganza. C’è la coda al mini-ristorante in Fiera guidato da Akira Back, che si esibisce in Kogi taco, Galbi Jjim, Ssam e affascinanti cocktail korean style.
Se dall’Asia iniziamo ad apprezzare prodotti prima sconosciuti, come il kimchi o l’aglio nero fermentato, anche l’occidente può stupire rinnovando vecchi ingredienti.

Questo, per esempio, sarà l’anno del pop corn. Può far sorridere, ma è così. Da semplice snack da sgranocchiare davanti alla tv diventa oggetto di abbinamenti interessanti. Da quello al Cheddar o al tartufo nero di “Degrees pop corn” a quello con infuso di Bourbon di “Metropolitan Bakery” a quello dell’antica ricetta di famiglia al burro, sale e zucchero di canna caramellato che i Fisher ancora fanno a mano come quando aprirono la loro azienda 70 anni fa. E anche gli chef, come il blasonato Mathias Dahlgren nel suo ristorante al Grand Hotel di Stoccolma lo serve caldo per aperitivo con tartufo bianco lamellato al momento.

Ingredienti poveri e ricchi insieme, dolci e salati. Se il pop corn incontra il tartufo, le patatine fritte sposano il cioccolato sia nei nei piatti degli chef (provare per credere al ristorante Oyamel di Washington le gustose patate fritte dello chef Joe Raffa con mole poblano sauce di mandorle, peperoncino e cioccolato con formaggio fresco) che nelle tavolette artigianali di Chuao.

A proposito di cioccolato, la moda ormai è di decorarlo in modo che sembri tessuto o carta. Grazie a speciali decorazioni commestibili, inchiostri e tatuaggi (i cake tattoo di Duff Goldman) ci saranno  torte e cioccolatini bellissimi  ad allietare i party. E per i brindisi? I wine lover giustamente storceranno il naso ma prendono piede i vini (Semillon e Merlot di Didier Goubet dalla Francia, senza solfiti e organic, ça va sans dire) e gli spumanti analcolici alla frutta (prodotto presentato dalla Svezia). Perché anche astemi, giovanissimi e donne in dolce attesa possano alzare i calici.

Via LaRepubblica

You Vote What You Eat: How Liberals and Conservatives Eat Differently

Our latest data project was to analyze how food preferences vary by political ideology. The infographic below, designed by the talented folks at Column Five Media, breaks it down. Keep reading after the infographic for more background and analysis, including some comparisons to findings from 18 months ago when we first looked at this issue.

Hunch-Food-Politics Infographic 800

Here’s another oldie, but goodie — or in this case, foodie. Way back in November 2009, Hunch explored the differences in food attitudes and preferences between liberals and conservatives. Since then, the Hunch user base and question pool have grown many times over. The 2009 report started with more than 64,000 responses to the base “Liberal or conservative?” question. The same question now has nearly 400,000 responses. This is all in the context of the more than 80 million “Teach Hunch About You” questions which have been answered on Hunch to date.

If Hunch users overall had their own TV network, it wouldn’t be “fair and balanced.” Only 17% of Hunchers identify as conservative. Yet they identify as liberal and middle of the road at nearly equal rates — 42% and 41%, respectively. We at Hunch respect all viewpoints, but this report focuses only on the left and the right. As their name implies, people who identified as middle of the road responded to questions somewhere in between the way liberals and conservatives answered. Makes sense, huh?

Back in July 2007, presidential nominee Barack Obama mentioned the price of arugula while speaking at a farm in Iowa. He was referring specifically to the price of arugula at Whole Foods, which doesn’t even have a store in Iowa. Conservatives went crazy. How could a man with a penchant for fancy lettuce run the US of A? Meanwhile, McCain went on the record and admitted, “I don’t do too well with vegetables.”

Michelle Obama came under the same heat (preheated at 300 degrees) when she and Cindy McCain shared their favorite cookie recipes with Family Circle. Apparently, the magazine readership’s recipe preferences correlated with the outcome of the four previous elections. In 2008, though, the cookie crumbled. Readers preferred McCain’s oatmeal butterscotch batch to Obama’s amaretto shortbread treats. No doubt some pundits wondered if amaretto is even legal in this country. Still, Barack rocked the polls.

The edible is political, but food preferences are polarizing even if we’re not trying to run the country. Let’s face it, vegans make most of us a little nervous. Those holiday meals with family can be hard to stomach, even before someone starts ranting about politics. People get tongue-tied about foie gras, and it’s not just a pronunciation issue. We all judge people by what they eat.

If you can’t stand the heat, get out of the kitchen, I guess.

Do you vote what you eat?

Via hunchblog

Paura in Germania: «germe killer» fa le prime vittime

Allarme epidemia Allarme epidemia

MILANO – È allarme sanitario in Germania per il rapido diffondersi del «germe killer» Escherichia coli (Ehec): l’epidemia causata dal batterio fecale ha fatto le prime vittime, al momento 3. Le autorità hanno confermato infatti il decesso di una donna di 83 anni della Bassa Sassonia, morta dopo un ricovero di nove giorni. A Brema, invece, si registra una seconda vittima: una ragazza di 25 anni che avrebbe riscontrato gli stessi sintomi dell’infezione; un caso di morte sospetta anche nello Schleswig-Holstein. Perplessi per ora medici e ricercatori che non hanno ancora trovato la causa per la diffusione dell’epidemia.

FOCOLAI NEL NORD – Ehec, questo è l’acronimo che sta preoccupando in queste ore l’intera Germania: sarebbero oltre 400 i casi, sospetti o confermati, di persone affette dal batterio della Esterichia coli. I maggiori focolai si troverebbero soprattutto nel nord del Paese: Bassa Sassonia e Brema, Amburgo, Assia. Quaranta delle persone ricoverate in ospedale nei reparti intensivi si trovano attualmente tra la vita e la morte, hanno comunicato le autorità sanitarie. Che parlano di «situazione estremamente seria». La Bild, il popolare tabloid tedesco, descrive intanto la situazione con toni allarmistici, non lesinando con aggettivi catastrofici e scenari da film horror.

SINTOMI E CAUSE – Nei casi più gravi il batterio provoca la sindrome emolitica-uremica che può portare ad una insufficienza renale acuta. I sintomi prevalenti, causati proprio dal germe, sono dolori al ventre del tipo dei crampi, diarree emorragiche. «Non si tratta di un nuovo germe intestinale ma quel che è eccezionale è che in un numero elevato di casi c’è l’insorgenza di malattie gravi», spiega Reinhard Burger, dell’Istituto Robert-Koch di Francoforte. La patologia più comune collegata alla E-coli, il batterio proveniente dall’intestino dei mammiferi, è la dissenteria contratta principalmente da alimenti contaminati. Colpisce le persone attraverso la catena alimentare. In questo caso, il sospetto, la causa potrebbe nascondersi nella verdura concimata con il liquame e successivamente non adeguatamente lavata. La maggiore incidenza è registrata sulle donne adulte.

NUOVI CASI – Particolarmente seria è la situazione nel Land settentrionale dello Schleswig-Holstein, riferisce Spiegel Online. Secondo il ministero della Salute di Kiel, nel giro di un giorno il numero delle persone colpite dall’Ehec è raddoppiato, salendo ad oltre 200. «È una gara contro il tempo, vengono registrati sempre più casi», ha sottolineato il Robert Koch-Institut. A Brema e in Bassa Sassonia sono oltre un centinaio le persone che presentano gravi sintomi della malattia, mentre nuovi casi vengono segnalati anche verso il sud della Germania.

MENSE - Se medici e ricercatori non vogliono ancora sbilanciarsi sulla possibile origine della diffusione delle infezioni, i primi sospetti dell’autorità sanitaria di Francoforte si stanno concentrando su alcune mense aziendali della città. Tutti i 19 pazienti della metropoli tedesca hanno infatti mangiato presso due mense di una società di consulenza di Francoforte, entrambe chiuse già lunedì in via precauzionale. C’è il pericolo che una partita di prodotti contaminati, soprattutto verdura e frutta, sia finita nelle cucine. Anche a Berlino sono state registrate frequenti infezioni nelle persone che hanno mangiato nelle mense della Sodexo Services. Tra i clienti della società, riferisce la dpa, ci sono 150 asili nido e scuole, 22 mense aziendali. Le autorità ora indagano sulla filiera di rifornimento.

CONSIGLI E APPELLI - Nel frattempo gli organi d’informazione in Germania stanno lanciando appelli alla popolazione per lavare con la massima cura i cibi, rinunciando per il momento alle verdure crude. Come detto, la maggiore incidenza è stata rilevata per ora tra le donne. Un motivo, spiega l’epidemiologoGerard Krause dell’istituto Robert Koch (RKI), potrebbe essere che sono loro a cucinare più frequentemente i pasti e, di conseguenza, ad essere più esposte al contagio mentre lavano la verdura o preparano il cibo. Il numero dei decessi, aggiunge la struttura federale incaricata del controllo e della lotta contro le malattie, potrebbe salire nei prossimi giorni. Anche perchè i risultati delle analisi di laboratorio durano almeno 36 ore.

RECORD - Finora sono stati registrati oltre 80 casi di sindrome emolitica-uremica. Di media in Germania vengono riscontrati ogni anno circa 1000 casi di E.coli enteroemorragica (Ehec), dai quali si sviluppano poi tra i 50 e i 60 casi della grave sindrome emolitica-uremica, che provoca lesioni all’intestino – causando diarrea – e può colpire anche i reni. «È un tasso di infezione insolitamente elevato, che supera ogni confronto storico», ha riassunto il microbiologoWerner Solbach, della clinica universitaria dello Schleswig-Holstein.

Elmar Burchia

Via Corriere.it

The Evolution of Lids

By Nicola, via ediblegeography

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IMAGE: Take-out beverage lids, collected in the 90s and early 00s, photographed by sarcoptiform

The disposable coffee cup lid falls squarely in the category of random, everyday objects that you might assume are overlooked, but are actually quite the opposite. In fact, they have been collected, dissected, and put on display by a handful of notable design critics and curators.

As early as 1995, design historian and author Phil Patton’s personal collection of over 30 different lid types underwent categorisation and analysis in a feature article for I.D. Magazine. Under the headline “Top This,” Patton noted that Americans get through about a billion and a half plastic lids each year, and marveled at “how many varieties there were, how various and intricate the device is and how intensely designed they are.”

IMAGE: The Solo Traveler lid, photographed by sarcoptiform.

In 2007, Patton’s collection was put on display at the Cincinnati Museum of Art. Press materials for the exhibition, which was titled “Caution: Contents Hot!”, drew attention to highlights of the genre:

For example, the Solo Traveler lid was designed to accommodate the nose and lip of a drinker. In accomplishing this design goal, the necessary height of the lid made it useful for foam-topped gourmet coffees. Visitors will also see the McDonald’s lid, which is the only lid that features Braille markings for “decaf” and “other.”

IMAGE: The Solo Traveler lid patent drawings.

The Solo Traveler lid had been singled out a few years earlier by MoMA’s Paola Antonelli for inclusion in her 2004 “Humble Masterpieces” exhibition, where it was displayed alongside such other examples of quotidian ingenuity as the paperclip and the Q-tip. Designed by Jack Clements in 1986, the Solo or “sanitary lid,” as it is officially called, can also claim art director and critic Steve Heller as a devoted fan:

Here come the inevitable Freudian references: the Solo Traveler lid is a substitute for a mother’s breast – what we might call nature’s original travel lid. [...] It provides comfort and joy as well as nourishment. Certainly plastic is not the most warm and loving material, but somehow the fundamental shape transcends the emotive limitations of the materials. Somehow that lozenge-shaped opening is a means to a totally satisfying end.

IMAGE: The Harpman/Specht lid collection, as featured in Cabinet.

However, it is architects Louise Harpman and Scott Specht who proudly lay claim to the largest collection of “independently-patented drink-through plastic cup lids” in the United States. All 40 were put on display in a large safe at Proteus Gowanus, a Brooklyn gallery, in 2005, and featured in an accompanying issue of Cabinet magazine.

IMAGE: The Harpman/Specht collection on display at Proteus Gowanus in 2005.

Despite the Solo Traveler’s celebrity status, to my mind, these lids are most interesting when considered as a group, unified by function and yet differentiated in form. Patton, Harpman, and others have traced their design evolution over time, from the “primitive days” of simple vented plastic circles, through the invention of the sip tab, to the multi-functional straw/sip-through domes of today.

The very earliest patent for a drink-through lid — Roy Irvin Stubblefield’s “Cap for Drinking Glasses, filed on April 27, 1934 — was designed for cold beverages. Designer Zeke Shore, in a plaintive post that asks “Why Do Coffee Cup Lids Still Suck?”, traces the first tearable vented plastic lid for coffee back to 1967 patent filed by Alan Frank of Philadelphia.

IMAGE: R. I. Stubblefield’s “Cap for Drinking Glasses” patent drawings.

IMAGE: Alan Frank’s patent drawings, via Type/Code.

In those early days, would-be mobile caffeinators had to peel back the un-perforated plastic to create a wedge-shaped opening through which to drink, and a triangular piece of rubbish to discard, akin to old-fashioned ring-pulls. It wasn’t until 1975 that Walter Elfert and James Scruggs came up with the fold-back tab that could attach itself to the lid to stay out of the drinker’s way. And, according to Harpman, “the true efflorescence in drink-through lid design and production can be traced to the 1980s, when we, as a culture, decided that it was important, even necessary, to be able to walk, or drive, or commute while drinking hot liquids.”

IMAGE: Elfert and Scruggs’ patent drawings, via Type/Code.

Twenty-six new patents were issued in the 80s alone, for refinements in “mouth comfort, splash reduction, friction fit, mating engagement, and one-handed activation.” Several of the innovations are not necessarily improvements: Harpman castigates the Push and Drink Lid, which requires lateral bracing to allow users to puncture the plastic by pressing downwards, as “the most over-designed of the lid types.” Meanwhile, the “pinch” mechanism lids simply add an extra squeezing motion to the peel-back process, without any noticeable benefits.

IMAGE: The Karma Cup, designed by Mira Lynn, Gillian Langor, Nick Partridge, Zarla Ludin, and Ruth Prentice.

Although their design continues to evolve (I am particularly taken by this colour-changing version, which indicates temperature as well as warning of insecurely attached lids), it’s possible that the glory days of the plastic single-use lid are over. Last year, Starbucks partnered with Core 77 and others to run the Betacup Challenge, a crowd-sourced design contest to reduce to-go cup waste.

The winner — Karma Cup — did not offer any improvements in mouth feel or splash reduction.Instead, it incentivised the use of reusable cups by charting their use, and giving away every tenth drink ordered in one. If the idea takes off, maybe one day the disposable plastic lid will be collected for its rarity value, rather than its everyday charms.

The James Beard Foundation Awards

The James Beard Foundation Awards shine a
spotlight on the best and brightest talent in the food
and beverage industry.

“The Oscars of the food world.”
—Time Magazine

Covering all aspects of the industry—from chefs and restaurateurs to cookbook authors and food journalists to restaurant designers and architects and more—the James Beard Foundation Awards are the highest honors for food and beverage professionals working in America. The awards are presented each spring at Avery Fisher Hall at Lincoln Center. Nominees and winners are fêted at a weekend of gala events in New York City that has become the social and gastronomic highlight of the year.

A steadfast champion of American cuisine, James Beard often commented on its influences and roots. In the introduction to his comprehensive American Cookery, Beard acknowledged the unique character of American food that resulted from the diverse backgrounds of American citizens. “The inspiration for incalculable numbers of our dishes came with immigrants from Europe and the Orient,” he wrote in 1972. Add South America, Africa, the Middle East, and other cultures to the stew and you have the exciting taste of the American culinary melting pot we are celebrating at this year’s Gala Awards Reception.

To cook, we’ve invited both chefs who have emigrated from various places to America, and chefs who were born in America but who were inspired by the cuisines of other lands. The menu will be a combination of “fine traditional cookery” and “mingled cuisines,” to use Beard’s words, that will certainly present the exciting flavors of the great American melting pot.

Established in 1990, the James Beard Foundation Awards are a program of the James Beard Foundation, a 501(c)(3) nonprofit organization whose mission is to celebrate, nurture, and preserve America’s diverse culinary heritage and future. For more information, to join as a member, to learn more about James Beard or to sign up to receive Beard Bites, our free electronic newsletter, visit jamesbeard.org.

A Food Manifesto for the Future

For decades, Americans believed that we had the world’s healthiest and safest diet. We worried little about this diet’s effect on the environment or on the lives of the animals (or even the workers) it relies upon. Nor did we worry about its ability to endure — that is, its sustainability.

That didn’t mean all was well. And we’ve come to recognize that our diet is unhealthful and unsafe. Many food production workers labor in difficult, even deplorable, conditions, and animals are produced as if they were widgets. It would be hard to devise a more wasteful, damaging, unsustainable system.

 

Here are some ideas — frequently discussed, but sadly not yet implemented — that would make the growing, preparation and consumption of food healthier, saner, more productive, less damaging and more enduring. In no particular order:

  • End government subsidies to processed food. We grow more corn for livestock and cars than for humans, and it’s subsidized by more than $3 billion annually; most of it is processed beyond recognition. The story is similar for other crops, including soy: 98 percent of soybean meal becomes livestock feed, while most soybean oil is used in processed foods. Meanwhile, the marketers of the junk food made from these crops receive tax write-offs for the costs of promoting their wares. Total agricultural subsidies in 2009 were around $16 billion, which would pay for a great many of the ideas that follow.
  • Begin subsidies to those who produce and sell actual food for direct consumption. Small farmers and their employees need to make living wages. Markets — from super- to farmers’ — should be supported when they open in so-called food deserts and when they focus on real food rather than junk food. And, of course, we should immediately increase subsidies for school lunches so we can feed our youth more real food.
  • Break up the U.S. Department of Agriculture and empower the Food and Drug Administration. Currently, the U.S.D.A. counts among its missions both expanding markets for agricultural products (like corn and soy!) and providing nutrition education. These goals are at odds with each other; you can’t sell garbage while telling people not to eat it, and we need an agency devoted to encouraging sane eating. Meanwhile, the F.D.A. must be given expanded powers to ensure the safety of our food supply. (Food-related deaths are far more common than those resulting from terrorism, yet the F.D.A.’s budget is about one-fifteenth that of Homeland Security.)
  • Outlaw concentrated animal feeding operations and encourage the development of sustainable animal husbandry. The concentrated system degrades the environment, directly and indirectly, while torturing animals and producing tainted meat, poultry, eggs, and, more recently, fish. Sustainable methods of producing meat for consumption exist. At the same time, we must educate and encourage Americans to eat differently. It’s difficult to find a principled nutrition and health expert who doesn’t believe that a largely plant-based diet is the way to promote health and attack chronic diseases, which are now bigger killers, worldwide, than communicable ones. Furthermore, plant-based diets ease environmental stress, including global warming.
  • Encourage and subsidize home cooking. (Someday soon, I’ll write about my idea for a new Civilian Cooking Corps.) When people cook their own food, they make better choices. When families eat together, they’re more stable. We should provide food education for children (a new form of home ec, anyone?), cooking classes for anyone who wants them and even cooking assistance for those unable to cook for themselves.
  • Tax the marketing and sale of unhealthful foods. Another budget booster. This isn’t nanny-state paternalism but an accepted role of government: public health. If you support seat-belt, tobacco and alcohol laws, sewer systems and traffic lights, you should support legislation curbing the relentless marketing of soda and other foods that are hazardous to our health — including the sacred cheeseburger and fries.
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Read more from the columnist.

  • Reduce waste and encourage recycling. The environmental stress incurred by unabsorbed fertilizer cannot be overestimated, and has caused, for example, a 6,000-square-mile dead zone in the Gulf of Mexico that is probably more damaging than the BP oil spill. And some estimates indicate that we waste half the food that’s grown. A careful look at ways to reduce waste and promote recycling is in order.
  • Mandate truth in labeling. Nearly everything labeled “healthy” or “natural” is not. It’s probably too much to ask that “vitamin water” be called “sugar water with vitamins,” but that’s precisely what real truth in labeling would mean.
  • Reinvest in research geared toward leading a global movement in sustainable agriculture, combining technology and tradition to create a new and meaningful Green Revolution.

I’ll expand on these issues (and more) in the future, but the essential message is this: food and everything surrounding it is a crucial matter of personal and public health, of national and global security. At stake is not only the health of humans but that of the earth.

This column appeared in print on February 2, 2011. It will appear in Opinionator regularly.

Via NY TIMES