L’Italia si è unita a tavola

La storia risorgimentale si intreccia con la buona cucina. Un patrimonio di sapori e gusti unico al mondo che è stato la migliore “arma” della nostra diplomazia.

«Cattura più amici la mensa che la mente». Camillo Benso Conte di Cavour sapeva bene che l’Unità d’Italia si sarebbe conquistata non solo sul campo di battaglia ma, soprattutto, attorno a una ricca tavola imbandita. Ne era talmente convinto da fare del buon mangiare e del buon bere due armi nient’affatto marginali della sua abilità politica. E allora ecco che, nel bagaglio dei suoi diplomatici, impegnati nelle più delicate missioni all’estero, non mancava mai una bottiglia del Barolo come asso nella manica per dare la spinta decisiva alle trattative più difficili. Così è iniziata la storia dell’Italia Unita. Una storia che ha per protagonisti, oltre a Cavour il generale Giuseppe Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. Uomini di Stato con la grande ambizione di cambiare il corso della storia e, inconsapevolmente, complici di aver modificato le usanze gastronomiche del neonato popolo italiano. Una cultura nata da lontano ma che, fino al Medioevo, era praticamente inesistente. Le portate erano tutte disposte in tavola contemporaneamente e ogni commensale era libero di servirsi di ciò che desiderava. Non vi erano abbinamenti gastronomici, né un ordine prestabilito dei piatti. Le pietanze erano già porzionate per essere liberamente mangiate con le mani (l’introduzione della forchetta a tavola risale alla seconda metà del Settecento) mentre il bicchiere non era collocato sulla tavola ma veniva porto di volta in volta al commensale dal bottigliere, l’antenato del sommelier e subito ritirato. Poi con l’arrivo del Rinascimento le cose cambiarono e il pasto cominciò ad avere una struttura che prevedeva più portate. Presero piede subito due differenti modi di servizio in tavola: quello francese e quello russo. Il primo venne utilizzato fino a tutto il Settecento. Tutte le pietanze erano disposte direttamente sulla tavola, spesso disposte su scenografiche alzate (erano denominati trionfi) e sempre presentate in modo ricco e vistoso. Nell’Ottocento invece si fece largo il servizio alla russa arrivato a Parigi grazie al Principe Kourakin, ambasciatore dello zar. A differenza di quello francese, le varie pietanze venivano servite di volta in volta dai camerieri a tutti i commensali, dopo essere state presentate e porzionate davanti ai convitati. Un servizio che riduceva lo sfarzo e lo spreco, in linea con la nuova cultura borghese, non ostile alla ricchezza ma alla sua esibizione e allo scialo. E proprio questo servizio venne adottato nella codificazione di Calisto Craveri (Il cuoco sapiente, Torino 1932) per il pranzo all’italiana con la seguente successione di piatti e portate: minestra; principi caldi; rilievi; umidi: arrosti e insalate; trasmessi; formaggi; dolci, pasticceria, frutta. Eppure fu proprio con i Savoia che, in Italia, entrò prepotentemente la formazione culinaria francese. Fu infatti il Piemonte a fare da sintesi tra le due culture gastronomiche diventando un vero e proprio vivaio di cuochi tra i quali merita un breve cenno Giovanni Vialardi che, nei trent’anni trascorsi nelle cucine di casa Savoia, riuscì a influenzare, introducendo per esempio l’uso del menù, i pranzi di Stato anche quando la corte lascerà Torino per trasferirsi a Firenze e poi a Roma. E, a proposito di pranzi reali, non si può tralasciare l’insofferenza di Vittorio Emanuele II all’etichetta. Infatti in Italia, puntualmente, i pranzi ufficiali erano molto più brevi di quanto si usasse nelle altre corti europee. Sembra infatti che il re, abituato a consumare cibi popolari di tradizione regionale – stufati, arrosti, cacciagione, bagna cauda – con familiare disinvoltura quanto a posate e tovaglioli, avesse bisogno di un severissimo autocontrollo in occasioni pubbliche. Come non manca di far capire il conte Elenry d’Ideville, segretario della delegazione francese a Torino: «Il re è sobrio, mangia una sola volta al giorno, ma abbondantemente e preferisce i cibi grossolani e popolari. Quando è costretto ad assistere a un banchetto ufficiale, a un pranzo di Corte, non svolge nemmeno il tovagliolo, non tocca cibo: con le mani appoggiate all’elsa della sciabola, esamina i convitati, senza cercar di nascondere la noia e l’impazienza». Di tutt’altro tenore invece l’approcio alla tavola di Cavour. Era grande amante del «bicerin», storica bevanda calda e analcolica, tipica di Torino e, non è un caso che, nei menù del ristorante torinese “Il Cambio”, ritroviamo spesso accanto ad «asperges à la milanaise e tournedos primeur», anche risotto o le scaloppine di vitello alla Cavour. Così lo statista «entrava» nel menù. Dopotutto fu proprio lui, la sera del 29 aprile 1858, dopo aver respinto l’ultimatum dell’Austria e proclamato la guerra, a dire: «Alea iacta est (il dado è tratto) e adesso andiamo a mangiare!». Da ultimo non poteva mancare Garibaldi. Era un personaggio particolare anche a tavola: astemio (nonostante avesse scelto di sbarcare a Marsala), e goloso dei prodotti semplici ed essenziali tipici del territorio. Il suo piatto preferito era pane e pecorino, accompagnato, quando era stagione, da una manciata di fave fresche. Gradiva molto anche il baccalà e lo stoccafisso, cibi marinari tanto semplici quanto saporiti, che la moglie Francesca sapeva elaborare in modo personale (è rimasta nella storia la ricetta dello stoccafisso alla garibaldina). L’Italia è quindi stata fatta anche in cucina, tra un piatto di pasta e una spremuta di agrumi. Una cosa di cui era certo Cavour quando spedì questo telegramma: «Le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti», scrive nel luglio del 1860, alludendo alla Sicilia già occupata dai garibaldini che ora marciano verso il continente. L’attesa si protrae per oltre un mese, fino al 7 settembre, quando Garibaldi entrò vittorioso a Napoli. «I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo», pregustava Cavour con l’ambasciatore piemontese a Parigi. Ma, oggi, l’Unità d’Italia a tavola esiste davvero? Esiste un piatto che rappresenta tutta l’Italia? No! Ci sono dei piatti, dei vini, degli stili in cucina, che sono diventati rappresentazione dell’Italia. C’è lo spirito italiano. Uno spirito che elogia le diversità gastronomiche delle regioni d’Italia ma che si compatta sugli spaghetti. Ciascuno può condirli nel modo che preferisce, ma sono sempre e comunque loro i protagonisti dell’Unità d’Itala seguiti, a ruota, dalla Margherita. E lo Zabajone? Beh, alla dolce e spumosa crema a base di uova, zucchero e vino liquoroso forse è il caso di riservare un posticino nel pantheon della cucina. Non fosse altro perché, secondo alcune interpretazioni, venne «inventato» a Torino da Pasquale Baylòn, frate francescan, e da questo utilizzato come medicina ricostituente per deboli e malati. Dopo la canonizzazione del monaco avvenuta nel 1722 il dolce venne chiamato «la crema di San Baylon» o, semplicemente, «Sambayon» elevando il suo scopritore a santo protettore dei cuochi.

Alessandro Bertasi via Il Tempo

Vedi anche: tiziana-stallone.com / taccuinistorici.it

Non ci sono più le crisi di una volta – FLUXFOOD 1.2.12

L’opera d’arte, verità selvatica, si ritorce contro l’artista-addomesticatore che tenta di insegnarle come ci si comporta ad una inaugurazione.

Premessa

“Sappiamo pensare un tutto senza parti, ma non sappiamo rappresentarci una parte senza tutto poiché una parte è necessariamente una parte di un tutto. [...] Ne consegue che le parti, dunque, non rinviano solo ad un tutto, ma anche alle altre eventuali parti del tutto. [...] Nella cultura greca la parte era associata alla grandezza, nel senso che non era grande ciò che non era formato di parti. [...] Un convincimento condiviso dai doganieri americani che, in occasione di una mostra di Constantin Brâncuşi (1876-1957) negli Stati Uniti, non volevano classificare come opera d’arte una delle molte versioni di Uccello nello spazio (questa opera fu iniziata nel 1914 e fu considerata finita nel 1940, dopo ventidue versioni). Il motivo era cartesiano, l’opera non appariva un’opera per il solo fatto che non aveva parti, ma sembrava, piuttosto, un’unica massa di fusione, cioè, non avendo parti non aveva un valore formale.” – Gianni-Emilio Simonetti

Discussione

Barack Obama, parlando della ritirata dalle terre irachene, ha notato con rammarico che non ci sono più le vittorie di una volta. I conflitti della modernità hanno perduto la testa. Appaiono senza volto poiché viene meno la possibilità di iconografarne l’epilogo: la vittoria di una delle parti riassunta da una immagine feticcio che racchiuda il tutto avvenuto. Lo spettatore vive il conflitto o la crisi a puntate, la non-fine di ognuna delle quali lascia qualcosa in sospeso per la successiva impedendo che si possa parlare di vittoria o sconfitta. Le rubriche di economia e le cronache di guerra si limitano a un riassunto di sangue, disperazione e paura fatto di termini tecnici volutamente vaghi e numeri non quantificabili. Il dato (quantitativo) si impone sul fatto (qualitativo) come misura razionale di un avvenimento illogico. Se ne possono afferrare solo dei frammenti, delle immagini anonime di soldati, di feriti, di poveri, di proteste, di resti, di lacrime che appartengono a ogni crisi e a ogni guerra del presente, privi di dignità o di ragioni proprie. Didascalie di parti che hanno smarrito il loro tutto, il loro senso. Resta al più in un bilancio, diverso per ogni fonte e mai ufficiale.

Svolgimento

Cogliere il conflitto ed essere parte del conflitto.
200 kg di farina, 100 l d’acqua, 500 g di lievito.
Due performer cominciano a creare un impasto.
Altri due aggiungono gradatamente sempre più acqua e farina.
Crescendo il composto prende il sopravvento sui performer.
Quando sopraggiunge eccessiva stanchezza i due performer si ritirano.
L’impasto continua a lievitare.

A cura di

Vito Gionatan Lassandro

Esecutori

Vito Gionatan Lassandro
Andrea Vigna
Kenza Meskini
Viviana Luccisano

Luogo

AAF – Affordable Art Fair Milano
1 febbraio 2012
Superstudio Più, via Tortona 27
ore 18.00-22.00 (solo su invito)

Grazie

Luigi Caccaro – Molino di Gallarate

E ora anche l’acqua del rubinetto ha la sua etichetta

Un’iniziativa della Coop incoraggia i consumatori a bere l’acqua di casa anziché comprarla bottiglia: entrambe sono potabili, ma la prima è gratis e non nuoce all’ambiente.

Una maggiore consapevolezza riguardo a ciò che ingeriamo e alla problematica ambientale sta generando nuove etichette e campagne di sensibilizzazione che fino a poco tempo fa non ci saremmo nemmeno sognati. L’ultimo caso è quello della Coop che sta promuovendo un consumo più saggio dell’acqua. Come? Incoraggiando i consumatori a bere quella del rubinetto, in tutto e per tutto sicura quanto quella che si compra in bottiglia. La campagna Acqua di casa mia lanciata nel 2010, da oggi entra nei supermercati nella forma di etichette che segnalano le proprietà chimiche e micro biologiche dell’acqua di casa tramite sei parametri: concentrazione ioni idrogeno, cloruri, ammonio, nitrati e nitriti, residuo secco a 180°, durezza.

“Esporre nei nostri negozi le etichette sulla qualità dell’acqua del rubinetto”, ha spiegato Isa Sala,direttore Soci e Consumatori Coop Estense, il punto della catena dove il 12 gennaio è stata presentata l’iniziativa, “è una scelta forte e perfettamente coerente con i principi di tutela dell’ambiente e di promozione di un consumo consapevole, che sono tipici della nostra impresa. Per noi è doveroso mettere i consumatori nelle condizioni di scegliere responsabilmente e sul tema dell’acqua abbiamo ritenuto urgente fornire, proprio nel momento di acquisto, gli strumenti necessari per esercitare il diritto di scelta”.

L’iniziativa della Coop coinvolge 41 supermercati delle province di Modera e Ferrara, ma non è la sola a caldeggiare un consumo più attento dell’acqua e a sfatare il falso mito – alimentato da un marketing fuorviante degli anni passati – che bere l’acqua in bottiglia sia più sano che bere quella del rubinetto. Le motivazioni a supporto della campagna Acqua di casa mia della Coop ci sono tutte, segnalate in un documento che il marchio aveva fatto circolare l’anno scorso.

L’acqua è stata recentemente dichiarata dall’ Onu, un bene “ indispensabile per il godimento pieno del diritto alla vita”, tuttavia, oggi, 884 milioni di persone non hanno accesso a quella potabile e di mancanza di sicurezza idrica muoiono 4.900 bambini al giorno, tre volte più di quelli che nascono ogni giorno in Italia. Si prevede che nel 2050 il 40% della popolazione vivrà in una situazione di scarsità d’acqua.

Tutto questo, a meno che non cambino le nostre abitudini. Tenendo conto di alcuni dati: il business dell’acqua produce 8 miliardi di bottiglie all’anno solo in Italia. Sostituirla con quella del rubinetto equivarrebbe a risparmiare 1 milione di tonnellate di CO2 (pari alle emissioni prodotte per l’illuminazione pubblica di Pechino), 240 mila tonnellate di plastica (l’equivalente del peso di 44 mila elefanti) e l’impiego per il trasporto di 480 mila Tir (messi in fila, sono lunghi circa 8 mila km, come da Roma a Mosca e ritorno).

Via Wired

Siete pronti a mangiare così?

Adesso, tutti a dieta. Dopo gli eccessi delle vacanze, l’obiettivo numero uno è perdere i chili di troppo. Per non fallire nel proposito, pensate in grande. Mangiare meglio, infatti, non solo gioverà alla linea, ma contribuirà a salvare il pianeta. Già, perché come spiega Giovanna Cecchetto, presidente dell’Associazione nazionale dietisti (Andid) “una dieta sana ed equilibrata, come quella mediterranea, è anche ecosostenibile per l’ambiente”. Confrontare per credere la doppia piramide, quella alimentare e quella ambientale, discussa nel corso del Forum del Barilla Center for Food & Nutritiongli alimenti che dovremmo consumare più spesso (frutta, ortaggi, legumi, pane, pasta) sono gli stessi che inquinano meno, perché richiedono meno acqua, energia ed emissioni di gas serra per arrivare sulla nostra tavola.

Le carni rosse, al contrario, si posizionano all’estremo opposto: sono l’alimento più inquinante in assoluto (produrre un chilo di carne di manzo costa 15mila litri di acqua) e, da un punto di vista nutrizionale, “bisognerebbe limitarne il consumo a non più 200 grammi a settimana”, specifica Cecchetto. Sulle etichette degli alimenti non sono ancora riportate, accanto alle calorie, le emissioni di CO2 del prodotto, ma ogni cibo ha un prezzo ambientale. Mauro Moresi e Riccardo Valentini, dell’Università della Tuscia, hanno realizzato recentemente un imponente lavoro in questo senso e messo a punto, in collaborazione con il Wwf, il “ Carrello della spesa amico del clima”, un calcolatore online che permette di stimare i gas serra legati alle proprie scelte alimentari.

“L’ideale sarebbe attestarsi su 1.000-1.300 Kg di CO2 equivalente pro capite all’anno, una misura che rappresenta la somma del potere riscaldante dei gas a effetto serra durante la produzione, il trasporto, il confezionamento, la distribuzione e l’eventuale smaltimento degli scarti del prodotto”, specifica Moresi. Ma non c’è bisogno di esser così scrupolosi al supermercato. Per seguire una dieta dimagrante e ecosostenibile basta attenersi ad alcune regole generali.
Ecco il decalogo suggerito all’unisono da nutrizionisti e ambientalisti:

SCEGLI PRODOTTI DI STAGIONE
Mangiare cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, va bene. Ma altrettanto importante è mangiarle nel momento giusto. I prodotti freschi hanno un contenuto più alto di vitamine e nutrienti e richiedono un consumo di carburante ed energia molto inferiore rispetto ai prodotti d’importazione o coltivati in serra. Perché scegliere le ciliegie a dicembre quando si possono avere le arance? Fare arrivare le ciliegie dall’Argentina produce 16,82 kg di CO2, a fronte degli appena 0,28 kg di CO2 emessi per il trasporto su strada in città nella stagione estiva. 

PRIVILEGIA IL BIOLOGICO
È salutare e inquina meno rispetto all’agricoltura tradizionale.


ACQUISTA PRODOTTI LOCALI
Basta iscriversi a un gruppo d’acquisto o ordinare online: l’offerta non manca. Per il caffè, cacao, zucchero di canna e altri prodotti che arrivano da lontano, conviene optare per le botteghe del commercio equo e solidale.

RIDUCI LA CARNE

Ne mangiamo il triplo del necessario. Si dovrebbe ridurre l’apporto di proteine animali a favore delle proteine vegetali (di cui sono ricchi i legumi). Non solo: preferire le carni bianche a quelle rosse e scegliere anche tagli meno pregiati, ma comunque buoni, come lo spezzatino o il macinato, al filetto di manzo. 

PORTA IN TAVOLA IL PESCE GIUSTO

È raccomandato una o due volte a settimana (qui alcuni menù). Via libera ad acciughe, alici, cozze, merluzzi del Pacifico, sgombri, totani: salutari, ma anche più economici e ecosostenibili di specie sovrasfruttate (come il tonno rosso) o provenienti da allevamenti. 

RIDUCI GLI SPRECHI
I numeri dello spreco in Italia sono impressionanti: ogni anno finiscono nella spazzatura 12 miliardi di euro e oltre 20 tonnellate di cibo ancora buono, di cui 250.000 tonnellate di carne. Conviene pianificare la spesa in modo da acquistare solo quello che si prevede effettivamente di consumare. Si evita così di gettare cibo nella spazzatura. E si limitano gli assalti indiscriminati al frigorifero, controproducenti per la dieta dimagrante. 


ACQUISTA PRODOTTI CON POCHI IMBALLAGGI
Eviti così di produrre meno rifiuti da smaltire .

RIDUCI IL CONSUMO DI CIBI ECCESSIVAMENTE ELABORATI

I piatti industriali già pronti sono in genere ricchi di grassi, poco salutari, oltre che poco ecologici.

BEVI L’ACQUA DEL RUBINETTO
Nella maggior parte delle città italiane l’acqua del “sindaco” è ottima, mentre l’acqua minerale in bottiglia (di plastica o di vetro) è totalmente insostenibile. 


CUCINA SANO
La cottura al vapore o in pentola a pressione (per zuppe o minestre) conservano al meglio il valore nutritivo degli alimenti. Al tempo stesso, richiedono minor tempo e minor dispendio di gas.
Così, peseremo meno sulla bilancia e sul pianeta.
Via Wired

Rebranding the potato

rebranding the potato

Back in 18th century Prussia, Frederick the Great was contemplating the problem of feeding his people. The staple food of Prussia’s population at the time was bread, but Frederick was worried by the dependance on crops and the escalating cost of it.

He proposed the potato as a suitable new addition to the nation’s diet, but the people were unimpressed, prompting one town to write;

“The things have neither smell nor taste, not even the dogs will eat them, so what use are they to us?”

Rather than accepting defeat, Frederick came up with a rather more lateral solution to his problem. He decreed the potato a royal vegetable, planted a royal field with potato plants and ordered his guards to protect them.

This had the effect of making the potato incredibly desirable, so much so that peasants would risk breaking the law to steal from the king’s garden. As Rory Sutherland puts it, Frederick the Great had successfully rebranded the potato.

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The Impact of the Potato

Jeff Chapman relates the story of history’s most important vegetable.

DURING HIS SCIENTIFIC expedition to Patagonia aboard HMS Beagle, British naturalist Charles Darwin became fascinated by a surprisingly adaptable South American plant. In his log, Darwin wrote: “It is remarkable that the same plant should be found on the sterile mountains of Central Chile, where a drop of rain does not fall for more than six months, and within the damp forests of the southern islands.”

The plant Darwin observed was the potato. The tuber was remarkable for both its adaptability and its nutritional value. As well as providing starch, an essential component of the diet, potatoes are rich in vitamin C, high in potassium and an excellent source of fiber. In fact, potatoes alone supply every vital nutrient except calcium, vitamin A and vitamin D. The easily-grown plant has the ability to provide more nutritious food faster on less land than any other food crop, and in almost any habitat.

The Origin of the Potato
The potato was first cultivated in South America between three and seven thousand years ago, though scientists believe they may have grown wild in the region as long as 13,000 years ago. The genetic patterns of potato distribution indicate that the potato probably originated in the mountainous west-central region of the continent. According to Dr. Hector Flores, “the most probable place of origin of potatoes is located between the south of Peru and the northeast of Bolivia. The archaeological remains date from 400bc and have been found on the shores of Lake Titicaca…. There are many expressions of the extended use of the potato in the pre-Inca cultures from the Peruvian Andes, as you can see in the Nazca and Chimu pottery.” The crop diffused from Peru to the rest of the Andes and beyond.

Early Spanish chroniclers — who misused the Indian word batata (sweet potato) as the name for the potato — noted the importance of the tuber to the Incan Empire. The Incas had learned to preserve the potato for storage by dehydrating and mashing potatoes into a substance called chuñu. Chuñu could be stored in a room for up to 10 years, providing excellent insurance against possible crop failures. As well as using the food as a staple crop, the Incas thought potatoes made childbirth easier and used it to treat injuries.

The Potato’s Introduction
The Spanish conquistadors first encountered the potato when they arrived in Peru in 1532 in search of gold, and noted Inca miners eating chuñu. At the time the Spaniards failed to realize that the potato represented a far more important treasure than either silver or gold, but they did gradually begin to use potatoes as basic rations aboard their ships. After the arrival of the potato in Spain in 1570, a few Spanish farmers began to cultivate them on a small scale, mostly as food for livestock.

From Spain, potatoes slowly spread to Italy and other European countries during the late 1500s. By 1600, the potato had entered Spain, Italy, Austria, Belgium, Holland, France, Switzerland, England, Germany, Portugal and Ireland. But it did not receive a warm welcome.

Throughout Europe, potatoes were regarded with suspicion, distaste and fear. Generally considered to be unfit for human consumption, they were used only as animal fodder and sustenance for the starving. In northern Europe, potatoes were primarily grown in botanical gardens as an exotic novelty. Even peasants refused to eat from a plant that produced ugly, misshapen tubers and that had come from a heathen civilization. Some felt that the potato plant’s resemblance to plants in the nightshade family hinted that it was the creation of witches or devils.

Let Them Eat Potatoes

In most of Europe, the upper classes saw the potato’s potential before the more superstitious lower classes, and the encouragement to begin growing potatoes had to come from above.

In meat-loving England, farmers and urban workers regarded potatoes with extreme distaste. In 1662, the Royal Society recommended the cultivation of the tuber to the English government and the nation, but this recommendation had little impact. Potatoes did not become a staple until, during the food shortages associated with the Revolutionary Wars, the English government began to officially encourage potato cultivation. In 1795, the Board of Agriculture issued a pamphlet entitled “Hints Respecting the Culture and Use of Potatoes”; this was followed shortly by pro-potato editorials and potato recipes in The Times. Gradually, the lower classes began to follow the lead of the upper classes.

A similar pattern emerged across the English Channel in the Netherlands, Belgium and France. While the potato slowly gained ground in eastern France (where it was often the only crop remaining after marauding soldiers plundered wheat fields and vineyards), it did not achieve widespread acceptance until the late 1700s. The peasants remained suspicious, in spite of a 1771 paper from the Faculté de Paris testifying that the potato was not harmful but beneficial. The people began to overcome their distaste when the plant received the royal seal of approval: Louis XVI began to sport a potato flower in his buttonhole, and Marie-Antoinette wore the purple potato blossom in her hair.

Frederick the Great of Prussia saw the potato’s potential to help feed his nation and lower the price of bread, but faced the challenge of overcoming the people’s prejudice against the plant. When he issued a 1774 order for his subjects to grow potatoes as protection against famine, the town of Kolberg replied: “The things have neither smell nor taste, not even the dogs will eat them, so what use are they to us?” Trying a less direct approach to encourage his subjects to begin planting potatoes, Frederick used a bit of reverse psychology: he planted a royal field of potato plants and stationed a heavy guard to protect this field from thieves. Nearby peasants naturally assumed that anything worth guarding was worth stealing, and so snuck into the field and snatched the plants for their home gardens. Of course, this was entirely in line with Frederick’s wishes.

In the Russian Empire, Catherine the Great ordered her subjects to begin cultivating the tuber, but many ignored this order. They were supported in this dissension by the Orthodox Church, which argued that potatoes were suspect because they were not mentioned in the Bible. Potatoes were not widely cultivated in Russia until 1850, when Czar Nicholas I began to enforce Catherine’s order.

Across the Atlantic, the tuber was first introduced to the colonies in the 1620s when the British governor of the Bahamas sent a gift box of Solanum tuberosum to the governor of the colony of Virginia. While they spread throughout the northern colonies in limited quantities, potatoes did not become widely accepted until they received an aristocratic seal of approval from Thomas Jefferson, who served them to guests at the White House. Thereafter, the potato steadily gained in popularity, this popularity being strengthened by a steady stream of Irish immigrants to the new nation.

Potato Population Boom
When the European diet expanded to include potatoes, not only were farmers able to produce much more food, they also gained protection against the catastrophe of a grain crop failure and periodic population checks caused by famine. Highly nutritious potatoes also helped mitigate the effects of such diseases as scurvy, tuberculosis, measles and dysentery. The higher birth rates and lower mortality rates potatoes encouraged led to a tremendous population explosion wherever the potato traveled, particularly in Europe, the US and the British Empire.

Historians debate whether the potato was primarily a cause or an effect of the huge population boom in industrial-era England and Wales. Prior to 1800, the English diet had consisted primarily of meat, supplemented by bread, butter and cheese. Few vegetables were consumed, most vegetables being regarded as nutritionally worthless and potentially harmful. This view began to change gradually in the late 1700s. At the same time as the populations of London, Liverpool and Manchester were rapidly increasing, the potato was enjoying unprecedented popularity among farmers and urban workers. The Industrial Revolution was drawing an ever increasing percentage of the populace into crowded cities, where only the richest could afford homes with ovens or coal storage rooms, and people were working 12-16 hour days which left them with little time or energy to prepare food. High yielding, easily prepared potato crops were the obvious solution to England’s food problems. Not insignificantly, the English were also rapidly acquiring a taste for potatoes, as is evidenced by the tuber’s increasing popularity in recipe books from the time. Hot potato vendors and merchants selling fish and chips wrapped in paper horns became ubiquitous features of city life. Between 1801 and 1851, England and Wales experienced an unprecedented population explosion, their combined population doubling to almost 18 million.

Before the widespread adoption of the potato, France managed to produce just enough grain to feed itself each year, provided nothing went wrong, but something usually did. The precariousness of the food supply discouraged French farmers from experimenting with new crops or new farming techniques, as they couldn’t afford any failures. On top of hundreds of local famines, there were at least 40 outbreaks of serious, nationwide famine between 1500 and 1800. The benefits of the potato, which yielded more food per acre than wheat and allowed farmers to cultivate a greater variety of crops for greater insurance against crop failure, were obvious wherever it was adopted. The potato insinuated itself into the French diet in the form of soups, boiled potatoes and pommes-frites. The fairly sudden shift towards potato cultivation in the early years of the French Revolution allowed a nation that had traditionally hovered on the brink of starvation in times of stability and peace to expand its population during a decades-long period of constant political upheaval and warfare. The uncertainly of food supply during the Revolutionary and Napoleonic Wars, combined with the tendency of above-ground crops to be destroyed by soldiers, encouraged France’s allies and enemies to embrace the tuber as well; by the end of the Napoleonic Wars in 1815, the potato had become a staple food in the diets of most Europeans.

The most dramatic example of the potato’s potential to alter population patterns occurred in Ireland, where the potato had become a staple by 1800. The Irish population doubled to eight million between 1780 and 1841 — this, without any significant expansion of industry or reform of agricultural techniques beyond the widespread cultivation of the potato. Though Irish landholding practices were primitive in comparison with those of England, the potato’s high yields allowed even the poorest farmers to produce more healthy food than they needed with scarcely any investment or hard labor. Even children could easily plant, harvest and cook potatoes, which of course required no threshing, curing or grinding. The abundance provided by potatoes greatly decreased infant mortality and encouraged early marriage. Accounts of Irish society recorded by contemporary visitors paint the picture of a people as remarkable for their health as for their lack of sophistication at the dinner table, where potatoes typically supplied appetizer, dinner and dessert.

The Irish Potato Famine
Whereas most of their neighbors regarded the potato with suspicion and had to be persuaded to use it by the upper classes, the Irish peasantry embraced the tuber more passionately than anyone since the Incas. The potato was well suited to the Irish the soil and climate, and its high yield suited the most important concern of most Irish farmers: to feed their families.

While the potato was rapidly becoming an important food across Europe, in Ireland it was frequently the only food. Many Irish survived on milk and potatoes alone — the two together provide all essential nutrients — while others subsisted on potatoes and water. By the early 1840s, almost one-half of the Irish population had become entirely dependent upon the potato, specifically on just one or two high-yielding varieties.

Via History Magazine and SO&SO

Local Food, Y’all? Freshfully Brings a Locavore’s eBay to the Deep South

freshfully local food

When entrepreneur Jen Barnett was a child in Alabama, local food didn’t have any special name. “It’s what, growing up, we just called ‘food,’” she says. “When I was a kid, my memories of buying food we’re going to big open farmers markets and filling the trunk up with corn and peas. There was no question that it was grown naturally. ”

Yet despite the agricultural sector’s one-fifth share of Alabama’s total economic output, Barnett’s search for local food as an adult was time-consuming. She and business partner Sam Brasseale “knew it was out there… but we couldn’t find a resource to find it” beyond the occasional farmers market. And during their research, Barnett and Brasseale came across a disturbing fact: that farmers typically only make 16 cents from every dollar of food sold to consumers.

So Barnett and Brasseale banded together to develop a social enterprise to resolve both the accessibility and fairness problems of the local agricultural economy. With their startup Freshfully, an online marketplace for local food that launched in November, they may have found a solution. Barnett and Brasseale reached out to farmers in the Birmingham area, where they’re based, and convinced farmers to sell produce with Freshfully, which will give them 86 percent of revenue. Since Freshfully’s November launch, the pair has signed up “twice as many farmers as we’d hope to have at this point,” says Barnett. “And tons and tons of traffic,” she adds, from consumer browsing offerings of local lamb, mint, or firewood, among other items.

The project got its start when the founders won Incubate Bang, a competition for new businesses in Birmingham. As part of the prize, Freshfully received $50,000 in web development time from technology firm Isotope 11, the competition’s host, plus $30,000 in funding and free office space. One percent of revenue will go to supporting fresh food programs in local school. “Our goal is to make it as easy to eat local food in Alabama as it is to eat fast food,” says Barnett. “It’s kind of lofty, but that’s how we try to think about it.”

Photo via (cc) Flickr user Hot Meteor via GOOD

Convivio: a tavola tra cibo e sapere

5 dicembre 2011 – 26 marzo 2012 La Fondazione Corriere della Sera, in vista dell’Expo 2015, organizza un ciclo di otto lezioni accompagnate da letture e immagini per riflettere sul rapporto tra cibo e cultura. Ogni incontro sarà corredato da letture interpretate da attori del Piccolo Teatro. Completano la serata, rendendola più suggestiva e spettacolare, proiezioni di filmati (Piccolo Teatro Grassi, Via Rovello 2 Milano. Ingresso libero solo con prenotazione Tel. 02.87387707).

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5 dicembre 2011
ore 20.30
Arte moderna e contemporanea a tavola

Germano Celant
direttore della Fondazione Prada, Milano e curatore della Fondazione Vedova, Venezia e Fondazione Aldo Rossi, Milano

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16 gennaio 2012
ore 20.30
La sacralità del cibo

Dionigi Tettamanzi
Cardinale, Arcivescovo emerito della Diocesi di Milano

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23 gennaio 2012
ore 20.30
La politica a tavola nell’Italia unita

Gian Antonio Stella
editorialista del Corriere della Sera

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30 gennaio 2012
ore 20.30
“Io me te magno” Il cinema italiano a pranzo

Paolo Mereghetti
critico cinematografico e giornalista del Corriere della Sera

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5 marzo 2012
ore 20.30
Cucina e identità nazionale

Massimo Montanari
professore di Storia medievale e di Storia dell’alimentazione all’Università degli Studi di Bologna

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12 marzo 2012
ore 20.30
L’ultima cena

Pietro C. Marani
professore di Storia dell’arte moderna al Politecnico di Milano

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19 marzo 2012
ore 20.30
Il Simposio

Massimo Cacciari
professore di Filosofia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano

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26 marzo 2012
ore 20.30
A tavola con gli antichi

Eva Cantarella
professoressa di Diritto greco all’Università degli Studi di Milano

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scarica il pdf del ciclo di incontri cliccando sull’immagine sottostante

via expo2015.org

La pizza e il gelato anti-casta

pizza anti casta 100 euro 1

Una singolare protesta contro i privilegi della casta, ideata da Gino Sorbillo proprietario di una pizzeria nel cuore di Napoli. E’ stato lui a stabilire per primo un prezzo maggiorato per senatori e i deputati. Una pizza per i politici invece che costare 3 euro come per la gente comune, viene venduta a 100 euro. E lo sa bene l’onorevole Sergio D’Antoni del Pd, al quale una serata in pizzeria, sabato scorso, è equivalsa a un salasso. La stessa iniziativa è stata intrapresa da altri tre esercizi commerciali di Roma, tra i quali la gelateria BeeBop vicina a via Cavour, riconoscibile dal cartello: “Gelato a 30 euro per senatori e deputati”.  Il pizzaiolo Sorbillo accompagnato da Angelo Bonelli dei Verdi si è recato stamattina a Montecitorio per consegnare la “pizza Maserati” in onore del ministro Ignazio La Russa e delle 19 auto lussuose, dal valore di 2 milioni di euro, comprate di recente per i suoi generali. “Una provocazione, un modo per dire basta ai privilegi e agli sprechi della politica, un’iniziativa popolare, dal basso che possa far riflettere e stimolare l’opinione pubblica” afferma il pizzaiolo di Napoli.

Servizio di Irene Buscemi per Il Fatto Quotidiano

STREET FOOD MANIFESTO #1

October 21st from 7pm | RADIO presents STREET FOOD MANIFESTO #1

Street Food Manifesto – Starts of Friday the 21st of october and will grow and evolve until the end of december

TourDeFork in collaboration with Essen Taste magazine will be trying to analyze and asses the modern interpretation of street food, by accumulating, categorizing and extrapolating individual food products from their original context, whilst trying to apply a set of rules from their Street Food Manifesto – in order to determine what may be classified as street food and what cannot, emphasizing the theory that street food it’s not what, where or with who you eat it, but how.

www.essentaste.com

Friday 21 october | o19.00 — 22.00
RADIO Via Pestalozzi, 4 Milano
guest: Linda Troni / food designer
live: LËK SÈN [SENEGAL]
street food menù
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